Una delle migliori scoperte degli ultimi anni, a detta del sottoscritto e senza alcuna pretesa di verità assoluta, sono stati i Mahjongg, americani di Chicago, messi curiosamente sotto contratto dalla storica K Records, e fautori di un futuribile scontro tra le ritmiche dell'afrobeat e le algide rigidità del krautrock dei Kraftwerk. Un ensemble scombussolato, fin troppo incline a ballare la propria musica trascendendola in infiammate esibizioni live al limite dell'improvvisazione. Due di loro, trovato un nuovo compare, se ne escono quasi dal nulla con un disco che metabolizza le intuizioni di partenza codificandole in un synth pop intenso e deciso, dal vocoder facile, che cita tanto il nonno Gary Numan quanto i padri del reinventato genere, i concittadini Trans AM.
A questi ultimi il disco è debitore in dosi massicce, come se tra loro si fosse stabilito un continuum spazio temporale con i primi dischi di riferimento, quelli precedenti all'ingresso nel nuovo millennio e che arrivano fino alla tabbozzaggine smaccatamente ostentata di TA. Stiracchiando, dunque, la formula del power trio, ma con due synth al posto di basso e chitarra, i ragazzi partono per le loro esplorazioni distaccando i padri putativi e trovando la loro dimensione acida e psichedelica in tirate quali la conclusiva 2029, coi suoi quasi nove minuti di motorik sintetico. Da segnalare senza indugi il pezzo migliore del disco, Hot Pink BMX, che rinverdisce i fasti di uno dei migliori gruppi della storia inglese recente, i mai abbastanza idolatrati Add (n) To X, con un beat serrato, voci robotiche e una pretesa pop che è impossibile sottovalutare. Un disco che, sulla carta, potrebbe esaltare un pubblico di appassionati come, anche, una fetta di ignari e incolpevoli ascoltatori involontari dai finestrini aperti della vostra macchina. (Matteo Casari)










