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Da Mulinetti a Banbury: il nuovo percorso artistico dei Fairport Convention
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Dove hai svolto la registrazione delle composizioni e come hai interagito sul piano professionale con il gruppo?
Marco: Questo album contiene una raccolta di brani estratti da concept albums, le registrazioni di base sono state effettuate quasi interamente allo studio Woodworm a Banbury (Oxfordshire), dove in generale i Fairport hanno realizzato da sempre i loro progetti indipendenti, privilegiando le sessioni in diretta (basso - batteria - chitarra). Si tratta di una grande cascina nella verde campagna inglese, uno studio residenziale non particolarmente aggiornato dal punto di vista tecnologico ma dotato di quella tranquillità e distanza dallo stress urbano, necessari per concentrarsi bene su quello che stai creando, con tempi più umani, vicini al ritmo della natura. Sono state effettuate poi sovrapposizioni di strumenti in studi diversi, per lo più in Francia, dove il gruppo ha molte date di concerti in calendario, per motivi logistici. Per i mix ho utilizzato principalmente lo studio Mulinetti (che ora non esiste più, dove per anni ho collaborato e prodotto per molti artisti della scena italiana e internazionale), il mio home studio e solo ultimamente lo studio di Casa della Musica, a Genova, una nuova struttura polivalente. Ho supervisionato tutte le riprese dei Fairport ma soprattutto ho creato il mix di tutto il materiale, tenendo conto che oggi la tecnologia permette di lavorare anche a distanza, scambiandosi files audio tramite server. È stato possibile così, mentre procedevo al mix di un brano, risparmiare tempo, potendo aggiungere tracce di strumenti nuovi (per es. un “solo” di chitarra più accurato, fatto successivamente alla ripresa in diretta) senza doversi spostare dallo studio, lavorando insieme virtualmente , quasi in tempo reale. Avendo instaurato da subito un rapporto di reciproca fiducia con il gruppo, è stato possibile avere uno scambio di opinioni sul contenuto artistico delle proposte ogni volta che il gruppo si riuniva in studio per registrare. Questo ha permesso di migliorare il prodotto, selezionando quasi sempre di comune accordo e con più obiettività il materiale che veniva fuori, privilegiando l’impatto emotivo del contenuto,anche a scapito di un’esecuzione formalmente più accurata. Quando tanti ingredienti buoni riescono a convivere nella giusta misura, si riesce a realizzare una buona alchimia.
Che tipo di esigenze e di richieste tecniche ti sono state poste dalla produzione?
Marco: Come ho detto precedentemente, sono stato onorato di avere avuto alla fine molta libertà di scelta. Comunque una generale richiesta direi che è stata quella soprattutto di cercare e amplificare le sensazioni emotive che già potevano nascere dall’impianto strutturale dei brani e dalle performances. In pratica, per fare un esempio, dovendo trovare un grande impatto sonoro, ho pensato di utilizzare ambienti di una certa profondità, nonché di lavorare maggiormente sulle basse frequenze, per rendere il tutto più grosso e grasso, in modo di non dover ricorrere a eccessive sovrapposizioni delle stesse parti. La mia proposta su un brano è stata accolta con entusiasmo dal produttore, che poi ha richiesto lo stesso tipo di trattamento per il resto dell’album.
Di quale brano si tratta e in cosa consisteva la tua proposta poi estesa all’intero album?
Marco: La proposta in questione, sperimentata per il brano strumentale "Castle Rock" era in pratica di "aprire" più possibile l'orizzonte dell'ascolto stereofonico, in controtendenza con la maggior parte delle produzioni attuali, soprattutto quelle commerciali, che invece privilegiano la componente monofonica, probabilmente per paura di perdere qualche fase negli impianti di ascolto meno calibrati . Quindi, sin dalla ripresa, utilizzare riprese provenienti da più sorgenti sullo stesso strumento per quanto possibile ed eventualmente doppiare anche elettronicamente i suoni in fase di mix. Questo mio approccio, al di là della scelta e del gusto musicale, penso possa condurre emotivamente l'ascoltatore in uno spazio più ampio, allungando idealmente i tempi del viaggio mentale che ne deriva.
Che cosa è stato maggiormente apprezzato del tuo lavoro sia dai musicisti che dall'entourage?
Marco: Evidentemente siamo andati d’accordo anche per affinità di carattere… fondamentalmente io mi sento uno sperimentatore, non mi piace dover considerare un solo standard di “arrivo”, non esiste proprio, per me. C’è sempre da ricercare e imparare anche dalle cose più semplici, che magari accantoneresti perché pensi non più interessanti. Questo approccio è stato probabilmente congeniale anche nel caso dei Fairport che, come accennavo prima, si affidano molto alla ripresa live, con una certa dose di improvvisazione, presente in tutte le loro sessioni, dove una semplice idea di base può rapidamente svilupparsi in modo esponenziale semplicemente provando e riprovando il brano, arricchendolo notevolmente di significati emotivi. Peraltro questo approccio significa anche dover tenere sempre gli occhi bene aperti, non lasciandosi sfuggire il momento, il particolare, le note più istintive, tralasciando quelle più leziose e scontate. Alla fine non si è reso necessario fare un editing “selvaggio” sul materiale.
In che misura sei soddisfatto del lavoro svolto con questa storica band e quali ritieni posano essere le prospettive di collaborazione future?
Marco: Non sono mai pienamente soddisfatto delle cose che realizzo… sono comunque fotocopie del momento storico che vivi, a volte più rilassato, altre volte sotto pressione , per cercare di far collimare i tempi di tutti. Il tempo è un fattore fondamentale, ce n’è sempre troppo poco, spesso vorresti poter tornare indietro e ricominciare, ma non è proprio possibile. Sono stato invece contento di aver avuto la possibilità di sperimentare, seppure in modo non approfondito, alcune sonorità che in qualche modo abbiano contribuito alla resa artistica nello stile del gruppo. La mia visione è un po’ come quella di chi fa colonne sonore per film, dove in questo caso la sceneggiatura è costituita proprio dai Fairport . Per il futuro immediato c’è un nuovo concept album che vedrà ancora il gruppo come solida base attorno alla quale ruoteranno ancora ospiti, a creare il terzo episodio della trilogia “Excalibur”, con temi e stili musicali a sfondo celtico.
Hai altri progetti o contatti con gruppi dell'area britannica che porteranno a nuove pubblicazioni?
Marco: Nel mio percorso professionale lavorativo ho collaborato con diversi artisti, anche molto noti,tutti con un mondo ben definito intorno a sé (cito per esempio Paolo Conte e Branduardi in Italia oppure Roger Hodgson, John Wetton, Jon Anderson degli Yes, all’estero). Con l’Inghilterra e la Francia nonostante la crisi generale del settore musicale, estesa un po’ a tutti i campi in questo periodo storico, sto lavorando in modo piuttosto continuativo, perché forse più che in Italia c’è la volontà di cercare cose nuove. Da sempre, direi, anche se meno di un tempo, all’estero si investe molto nella ricerca, anche nei prodotti commerciali. Tra l’altro, ho iniziato da qualche anno una collaborazione con alcune realtà discografiche inglesi che riguardano giovani artisti emergenti, nel campo più prettamente cantautorale/pop, sperando di poter selezionare proposte interessanti anche per il panorama italiano.
(Agostino Roncallo)

 

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