Che cosa ci racconta, a più di cinquant'anni dalla sua registrazione, Live at Pompeii?
(La doppia i la usarono i Pink Floyd, riprendendo il nome latino della cittadina distrutta dall'eruzione nel 79 a.c.). Potremmo utilizzare le parole del batterista del gruppo, Nick Mason (ma come mai i batteristi sono sempre i più simpatici?) che a metà circa del docu-film, nuovamente in sala dal 24 al 30 aprile, serenamente affermava:
"Noi segniamo un'epoca e rischiamo di divenire un reperto storico".
Sicuramente un'epoca l'hanno segnata, perlomeno nel mondo occidentale; e forse sono oramai anche un reperto storico (sempre Mason in un'intervista in questi giorni esclude a priori, senza ombra di dubbio, una reunion dei Pink Floyd: "Non c'è più ragione di fare nulla, ormai è meglio che ognuno vada per conto suo").
Ma rivedere quelle immagini girate all'interno del sito archeologico di Pompei, la lunga carrellata iniziale che dall'alto riprende l'anfiteatro con i quattro musicisti - due a torso nudo, uno in canottiera, il solo Waters in maglietta – i tecnici e l'attrezzatura (arrivata insieme all'impianto audio che permise la registrazione dal vivo e che richiese un lunghissimo cavo per portare l'elettricità dal municipio della cittadina campana), oltre a scatenare un'inevitabile nostalgia, per chi all'epoca era un giovane di belle speranze, conferma alcune certezze.
Intanto che il rock è invecchiato benissimo. Meglio della cinematografia per esempio: in molti punti le riprese psichedeliche del regista Adrian Maben fanno sorridere per la loro ingenuità, tra dissolvenze, inserti, riquadrature che non si vedono più nemmeno nei filmini dei matrimoni.
Ma canzoni come Echoes, Careful With That Axe, Eugene, A Saucerful of Secrets, Set the Controls for the Heart of the Sun, mantengono intatto tutto il loro fascino e la forza espressiva.
E anche i ragionamenti dei nostri quattro, Waters in primis, sull'utilizzo dell'elettronica, di cui non bisogna avere paura, né tantomeno essere schiavi, se applicati al dibattito odierno sull'AI, farebbero ancora la loro bella figura.
La versione 2025 del film restaurata in 4k e Dolby Atmos, realizzata inevitabilmente da Steven Wilson, dura anche una trentina di minuti in più: in parte grazie al recente ritrovamento dei negativi originali in 35mm, in parte per l'inserto di alcuni segmenti documentaristici filmati agli Abbey Road Studios, mentre i Pink Floyd cominciavano a lavorare su Dark Side of the Moon. Ecco spiegata la versione di Us and Them che si ascolta, brano curiosamente legato a un altro film, poiché il tastierista Richard Wright compose la parte di pianoforte per un possibile inserimento in Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni.
Resta il dubbio di trovarsi di fronte all'ennesima operazione commerciale a sfondo nostalgico: in parte è certamente così, anche se bisogna ricordare che la musica registrata in quell'ottobre 1971 viene pubblicata in doppio CD e doppio vinile oggi per la prima volta.
Ma per diventare dei classici non basta essere vecchi, bisogna avere la capacità di parlare dell'oggi: la musica dei Pink Floyd continua a farlo e ascoltarla sulle immagini dei calchi dei corpi delle vittime dell'eruzione, rappresenta quasi un monito ad un'umanità sempre più in bilico.
(Danilo Di Termini)
Il Primo Maggio apertura straordinaraia di Disco Club per l'uscita del disco a partire dalle 21.00, per l'occasione ci sarà un omaggio della casa discografica














