Rock

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Image E’ sorprendente fin dal primo ascolto il quinto album in studio di Polly Jean Harvey. La cantautrice del Dorset ha composto il disco completamente al pianoforte, abbandonando chitarra elettrica e qualsiasi anelito di suono rock. La copertina di “Walk Chalk”, che ritrae in posa sfumata e sfuocata la Harvey, o meglio il suo fantasma, rispecchia perfettamente lo spirito dell’intera opera. I trentatre minuti dell’album scivolano soavi grazie la voce di Polly, leggera, filtrata e cantata su un registro decisamente più alto, che si sposa magicamente con le note austere del piano,le spazzole di Jim White dei Dirty Three e gli strumenti minimali del fido John Parish. Un ottimo ritorno, segnato da alcuni splendidi brani, tra cui “ The Devil” il singolo” While Under Ether” e la magnifica “The Mountain” che chiude il breve percorso in questa casa di fantasmi. (Andrea Tassistro)

CD in vendita da Disco Club al prezzo di € 20,50.

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ImagePoiché The BBC Tapes non si può quasi considerare un disco davvero uscito (ne circolarono, nel 1997, poche migliaia di copie subito divenute subito oggetti da collezione), Live At The BBC - tre cd e un dvd in cofanetto - è un documento importante e lungamente atteso. Ad eccezione di due brani rimasti irreperibili, vi sono raccolte infatti tutte le registrazioni di Sandy Denny per la radio nazionale britannica (33 tracce), a cui sono state aggiunte 13 canzoni off-air (vale a dire registrate come provini e mai trasmesse) e tre pezzi filmati per il programma One In Ten. Si va dal 1966 al 1973, dunque gli anni d’oro della carriera. Si può dunque parlare di un’antologia parallela alla discografia ufficiale di Sandy. Un’antologia parallela ma anche la migliore possibile, visto che queste stesure per voce e chitarra, o voce e piano, sono sovente più intense rispetto a quelle degli album, talora affaticate da arrangiamenti sovraccarichi. I primi due titoli, datati 1966, sono di una bellezza stupefacente: i tradizionali, Fhir A’ Bhata e Green Grow The Laurels vengono affrontati con un pathos e un vigore sconosciuti alla gran parte delle colleghe (e dei colleghi) del circuito folk. Certo, alcuni guizzi sulle note alte sembrano voler dire “sentite come sono brava”, ma Sandy non era solo brava. Ancora giovane era già straordinariamente forte e dolce come sarebbe stata con i Fairport e nei momenti migliori da solista e con i Fotheringay.
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ImageNon parliamo di un capolavoro, proprio no: questo è un disco rattoppato, riciclato e rappezzato. Ma, a dire il vero, fa la sua bella figura. I Go! Team mischiano, innanzitutto: mischiano stili e tempi, generi e arrangiamenti, mischiano tanto che alla fine, nella pentola a pressione delle canzoni, i singoli ingredienti quasi non si distinguono più. Nato dalla stessa intuizione meticcia che ha reso grande Beck e geniali i Beastie Boys, il gruppo inglese affianca musica bianca e nera (la distorsione del rock indipendente, i ritmi e le cantilene del rap americano) per creare un ibrido ad alto tasso di melodia e divertimento. Battiti svelti, coretti da stadio, trovate di squisita immediatezza pop, fascino stratificato. Non è poesia, forse, ma è divertente. Parecchio. (Marco Sideri)

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ImageAveva deciso di ritirarsi, disgustata dallo show business (a "cesspool" lo aveva definite), per dedicarsi esclusivamente all’amata pittura. Invece, ecco "Shine", primo di due album distribuiti dalle caffetterie Starbucks (negli States devono aver scoperto qualche misterioso legame tra il cappuccino e la musica). Nonostante il titolo scintillante, i testi parlano di guerra, di inquinamento e di un futuro sempre più squallido, tanto da meritarsi, per il New York Times, la definizione di moderna Cassandra. In effetti la signora è cambiata: la sua voce, più bassa e scura è meno elegiaca; ma le canzoni mantengono il fascino di sempre, a cominciare da “This place” (la prima, “One week last summer” è strumentale) e richiedono e meritano più di un ascolto per dirimerne le complesse trame. Affascinante. (Danilo Di Termini)

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ImageDevo dire che me lo aspettavo. Le avvisaglie emerse dal loro EP “Wait” pubblicato una manciata di mesi prima di questo lavoro, indicavano un probabile cambio di rotta per la multibanda dei ragazzi capitanati da Tim Delaughter, frontman indiscusso dei Polyphonic Spree. Non tanto per il brano scelto per l’anteprima, “Mental Cabaret”, tanto per il resto dell’EP dove troviamo il gruppo alle prese con alcune covers (scomodando addirittura i Nirvana). Se in “Together We’re Heavy” l’impatto dello scoppiettante esordio “The Beginning Stages Of…” risultava in parte sbiadito e suonava più come un duplicato non riuscito alla perfezione, il talentuoso Tim ha così ben pensato di stravolgere la struttura musicale per la composizione di questa nuova opera. Ridotto l’organico ad una ventina di elementi ma svestiti dalle loro meravigliose tuniche da hippies (che nostalgia) in favore di una specie di divisa come a rappresentare un pacifico esercito musicale, la band di Dallas si disfa anche delle sonorità “larghe” che ne hanno caratterizzato gli esordi ed allinea il proprio new look al new style.


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ImageNegli anni novanta Raul Malo ha conquistato un buon livello di notorietà grazie ai Mavericks, la country-band di cui è stato fondatore nonchè brillante stratega artistico. Il tempo non ha per nulla affievolito l’interesse del musicista d’origini cubane per i grandi di Nashville, ma le modalità con cui l’antica passione si esprime sono cambiate. After Hours è una gradevole rilettura in chiave pop ed easy-jazz di brani firmati Hank Williams (Cold, Cold Heart). Kris Kristofferson (For The Good Times) e Dwight Yoakam (Pocket Of a Clown). Il tutto all’insegna di una perfezione stilistica assoluta. Peccato, però, che l’album sia pervaso da un’aura patinata che neppure la bella voce da crooner latino di Raul Malo permette di superare. Come se tutto si svolgesse in un jazz club troppo raffinato per avere il dono dell’autenticità. (Ida Tiberio)

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