Artisti italiani

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Storia di un’ossessione: uscire di notte per le strade di Milano, e camminare per ore e ore, a costo di non poter evitare incontri difficili, a volte pericolosi, macinando chilometri e idee che vorticano nella testa, oppure abbandonandosi a una sorta di quiete meditativa senza pensieri dettata solo dalla cadenza dei passi. Nella nebbia, nella luce che scolora, nella luce che torna ad affacciarsi su un fondale di strisce violacee. E’ in quello stato di semi-trance che sono nate, probabilmente, molte delle opere di Antonio Moresco, uno degli scrittori più sferzanti, visionari e potenti della Penisola. Senz’altro non uno dei primi ricordati, nelle camarille di chi assegna i premi letterari solo agli amici e agli amici degli amici. I cosiddetti “lettori forti”, invece, sanno perfettamente chi è, e attendono con ansia i suoi libri necessari. Un giorno s’è creato uno strano, inaspettato sodalizio tra Antonio Moresco e Fabio Zuffanti, il musicista ligure che tutti conoscono e stimano per la sua infaticabile opera, molto spesso in territori avant rock e new prog, a volte su sentieri laterali della musica che con i generi predetti mantengono legame, senza esserne condizionati. E’ successo così che Antonio moresco ha letto davanti a un registratore il suo “Camminare la notte”, convinto da Zuffanti a non dare importanza alle imperfezioni della sua voce spesso franta e difficoltosa, per nulla “attoriale”. Zuffanti ha concepito e messo attorno alla voce di Moresco una tessitura complessa e straordinariamente discreta di note, quasi un arazzo di ambient music che moltiplica e amplifica la suggestione di quella voce fragile e possente assieme, e la accompagna nel racconto. Il tutto è diventato anche uno spettacolo teatrale. Qui si consiglia, però, di ascoltarsi il cd, senza le immagini. Un “viaggio” emozionale garantito, e una grande esperienza di vita riflessa nelle parole e nel flusso musicale. (Guido Festinese)

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ROBERTA BARABINO - Il Tempo Degli Animali

Tanto tempo, otto anni, stessa stagione, l’autunno. Nel 2011 usciva Magot, limpido esordio di una leggerezza esemplare, ma non disimpegnata. Adesso invece Roberta Barabino ci consegna  l’adeguato seguito, Il Tempo degli Animali, una decina di canzoni piuttosto intime più un remix di Chi Sei, canzone che quindi apre e chiude l’album in una sorta di ciclo. Disco della maturità, forse  un pelo più meditato e oscuro del precedente, è prodotto dalla stessa cantautrice, ancora una volta con l’aiuto importante di Raffaele Rebaudengo. Il Tempo Degli Animali sfodera un ventaglio di ottimi musicisti tra i quali alcuni Gnu, come lo stesso Rebaudengo e Stefano Cabrera, Lorenzo Capello e molti altri, a testimonianza della cura  dedicata al progetto. Aspettiamo dunque con piacere la prossima presentazione del disco presso Disco Club, l’otto dicembre, occasione imperdibile per ascoltare (ed acquistare) questo piccolo gioiello. (Fausto Meirana)

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INDACO PROJECT - Mediterraneo Express

Ricostruire tutte le diramazioni e avvicendamenti d’organico che hanno ruotato attorno al nome Indaco è impresa possibile, ma piuttosto inutile: si rischia di stilare un catalogo generale di quasi tutti i musicisti che, a partire dagli inizi degli anni ’90, ormai così lontani, avevano intuito che il passo decisivo per il futuro della musica sarebbe stato mettere in conto un bel po’ di suoni dal mondo. Che nelle note italiane erano transitati già a metà degli anni ’70, ma si erano eclissati con la scomparsa della prima onda di musicisti progressive. Sta di fatto che due nomi presenti nel primissimo nucleo da ricordare sono quelli di Mario Pio Mancini, specialista di chitarre, bouzouki, mandole, oud, e Rodolfo Maltese, il valoroso chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso. Maltese se n’è andato a suonare sule nuvole, assieme a Francesco Di Giacomo del Banco, e a lui va il bel ricordo di Mancini, che ora fa uscire a nome Indaco Project un nuovo capitolo anche a Maltese dedicato. Accanto allo specialista di plettri ora c’è la voce bella e imperiosa di Valeria Villeggia, anche notevole arpista, e il contrabbasso di Bruno Zoia. Sette amici danno una mano con archi, ance, fiati e percussioni: tra loro anche il grande Nando Citarella. Otto brani con il profumo speziato e salmastro del Mediterraneo, con un gioco musicale di rimbalzi da sponda a sponda che non ha perso nulla del suo fascino originario. E la ripresa della maestosa Soneanima che un tempo cantò il grande Andrea Parodi è ben più che un omaggio. (Guido Festinese)

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ORCHESTRA BAILAM - Trallalero Levantìn

A costo di apparire come improbabili dispensatori di massime zen, si potrebbe metterla così: ogni tradizione degna di questo nome è costruita sull’invenzione. E ogni invenzione creativa presuppone un fondo di persistenza che è tradizione. L’una comprende l’altra: viviamo nel tempo, e nel tempo fruttiamo. Diceva Antonio Tabucchi che “di tutto resta un poco, ed è con quel poco, che poi è il nostro tutto, che dobbiamo fare i conti”. Franco Minelli con la sua strepitosa orchestra Bailam, perfetto organismo musicale d’attacco radicato nel folk che già appassionò il Mauro Pagani di Crêuza de mä, ma con un piglio da rocker sui palchi che avvicina la Bailam ai Pogues che furono, di tradizione e invenzione a braccetto è un conoscitore raffinato. In Trallalero Levantìn s’immagina un viaggio nel tempo tra Smirne, Salonicco e Istanbul in quell’epoca ottomana fascinosa, spazzata via dagli atroci sovranismi successivi, che potremmo situare tra il dodicesimo secolo e gli inizi del Novecento. Quando si incrociavano le lingue dei genovesi, dei venazioni, degli ebrei sefarditi scappati dalla Spagna, dei cristiani dell’Anatolia, degli inglesi, dei francesi. Un crogiolo saporito  di pronunce e stili di vita incrociati. Si qui la “tradizione”. L’invenzione è di raccontare storie profumate e palpitanti su quel periodo e quei luoghi usando i tempi dispari dei Balcani e del Medioriente e il genovese affidato a voci che replicano gli assetti delle squadre di trallalero. Funziona? Perfettamente. L’invenzione della tradizione è la tradizione dell’invenzione. (Guido Festinese)

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PAOLO GERBELLA - La Regina

Cosa faceva Fabrizio De André quando si decideva a scrivere, nella sua alessandrina pigrizia nutrita di molte buone letture? Incrementava le letture stesse. Lui procedeva in un mondo in cui non c’era un “clic” sulla tastiera per avere in tempo reale qualsiasi informazione. Bisognava guadagnarsele, appuntarle, ragionarci sopra, incrociare le fonti come facevano i vecchi cronisti da battaglia. alla fine forse non ne veniva fuori “la” verità, ma, almeno, una verità poetica che spesso dura ed ha più consistenza delle miriadi di “post- verità” che tracimano dalla palude rancorosa dei social media, dove tutto equivale a tutto, e se c’è da insultare qualcuno tanto meglio. Le canzoni di Faber durano, e dureranno. Un post livido che attacca una capitana di trent’anni che raccoglie esseri umani “a prescindere” e si vede accusata di salvataggio di persone umiliate e offese peraltro, per dirla con Erri De Luca,  “colpevoli di viaggio” no. Il preambolo per dire che il genovese Paolo Gerbella è uno che lavora all'antica, con le canzoni. Prima di scrivere una fase si documenta, ci ragiona, incrocia le fonti. Le fonti per questo disco ci direbbero, qui, che nel dicembre del 1900 il marchese genovese Garroni, prefetto,  sciolse d’ufficio la Camera del Lavoro dove chi nulla aveva se non la forza per lavorare delle proprie braccia pretendeva di aver rappresentanza e dignità. In una città che contava un quarto dei  già pochi abitanti d’oggi venticinquemila portuali (e non solo) scesero in sciopero contro il marchese, e bloccarono “La Regina”, come con un nomignolo assai ironico chi si spaccava la schiena a “camallare” chiamava la merce. Vinsero i venticinquemila, nonostante la ferocia rancorosa dei tre giornali di allora, tutti schierati col prefetto. Camera del lavoro riaperta, e rappresentanti eletti dalla gente che lavorava, non imposti dai “scignui”. Gerbella ha costruito su questa storia dimenticata ma necessari a un affresco di note e di parole che danzano leggere su un argomento spesso, con l’aiuto di Rossano Villa. La chiave musicale è un folk rock che a volte trova il piglio barricadiero, a volte è ballata deandreiana di puro incanto. Con amici musicisti eccellenti: fra i quali, segnaliamo, Laura Parodi gran voce dal folk ligure. Un disco necessario: De André dalle nuvole annuisce e si accende un’altra sigaretta. (Guido Festinese)

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MASSIMO DI VIA - Il respiro del mio cane

Un album dalle tematiche che fanno riflettere, servite su un tappeto musicale, spesso di potenza inusuale, talvolta invece di raffinata acustica flemma; un lavoro che non appartiene ai nostri tempi, o perlomeno non appartiene alla (voluta) degradante tendenza modaiola smerciata senza pietà. Chi ha idee interessanti deve autoprodursi perché il "sistema" odierno, ancorato al banale, non ne prevede la diffusione; uno di questi che "hanno idee" è Massimo di Via che coglie il bersaglio pieno con il suo terzo cd. In bilico fra denuncia sociale e sincero "outing" sulla sua condizione bipolare, che condizionerà inevitabilmente lo sviluppo dell'album, Massimo riesce a costruire un credibile "concept" che decolla da un letto in un reparto psichiatrico, rilegge un passato fatto di soprusi, ma di altrettanta fiera opposizione, ed atterra nel luogo natio a ritrovare sicure origini e possibili risposte.

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