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JOHNNY MASCIS - Elastic Days

L’ex anima dei Dinosaur Jr., Johnny Mascis, torna dopo quattro anni con un disco solista (bello, diciamo subito); Elastic Days ci presenta una lunga selezione di brani piuttosto rilassati, caratterizzati dalle solite fughe di chitarra elettrica che sono il marchio  del chitarrista del Massachusetts. Il disco non stanca mai, anche se le canzoni sono talvolta piuttosto simili, ma hanno come valore aggiunto melodie sempre cantabili e accattivanti. Qualche volta, più che in altre pagine della discografia di Mascis, affiorano suoni che riconducono ad altri gruppi americani, come i Lemonheads di Evan Dando e persino i Son Volt di Jay Farrar. Tutto in regola, quindi, per un disco che torna sul lettore (sul piatto, nelle cuffie…)  volentieri, a dispetto della copertina bruttina ma filologicamente corretta e degli inguardabili capelli del musicista! (Fausto Meirana)

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JOSÈ JAMES – Lean on Me

Originario di Minneapolis, dove è nato nel 1978, José James, insieme a Gregory Porter, è certamente il cantante jazz più interessante della sua generazione: al convincente debutto di “The Dreamer” del 2008 ha fatto seguito un contratto con la Blue Note che dopo l’interessante “No Beginning To End” lo ha spinto verso platee più ampie con un decoroso omaggio a Billie Holiday e un disco - “Love in a Time of Madness” - che lo ha avvicinato decisamente al mondo del pop. Adesso è la volta di un nuovo tributo, questa volta a Bill Withers, singolare figura di cantautore black che dopo aver inanellato una serie di successi planetari negli anni ‘70 si è ritirato dalle scene nel 1985 per restare vicino a sua moglie e ai suoi due figli. La storia la trovate nel bel film documentario “Still Bill”; la musica, oltre che in un box di nove cd - “Bill Withers: The Complete Sussex & Columbia Albums Collection” - ora è oggetto di questa rilettura fedele al limite del mimetismo di tutti i suoi brani più famosi. Prodotto da Don Was, all’origine anche del progetto per aver ascoltato James cantare un medley di Withers nei suoi concerti, registrato con una band in cui spiccano Pino Palladino al basso, la vocalist Lalah Hathaway e il sassofonista Marcus Strickland, l’omaggio si apre con la prima hit di Withers, “Ain’t no Sunshine” seguito da “Grandma's Hands”, toccante blues dedicato alla nonna. I due terzi delle canzoni scelte provengono dai primi due album, “Just as I Am” e “Still Bill"; da "Menagerie" arriva il duetto con la Hathaway di " Lovely Day” mentre “Just The Two Of Us”, originalmente apparso in un album di Groover Washington nel 1980 (e reinterpretato solo in un “Greatest Hits” da Whiters), è qui reso in maniera fedele, con la sensibilità e il riguardo che caratterizzano un disco magari non innovativo, ma che riporta sotto i riflettori l’opera di un vero gigante. (Danilo Di Termini)

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LARS DANIELSSON & PAOLO FRESU - Summerwind

Lars Danielsson è un contrabbassista svedese, già leader a metà degli anni ‘80 di un gruppo con Dave LiebmanBobo Stenson e Jon Christensen e con otto album all’attivo per l’etichetta tedesca con svariati musicisti tra i quali Tigran Hamasyan, Magnus Öström, Arve Henriksen, Nils Petter Molvær. L’idea di affiancargli il ‘nostro’ Paolo Fresu – non nuovo alla formula del duo, basti pensare alle sue collaborazioni con Furio Di Castri, Uri Caine e Ralph Towner – è proprio del produttore della ACT Siggi Loch, l’uomo che nel 1992 decise che la città di Monaco poteva permettersi anche un’altra etichetta jazz oltre all’ECM. Anche se il disco inizia con una superba versione di “Autumn Leaves” questo resta l’unico standard eseguito, non considerando tali né “Sleep Safe And Warm” del compositore polacco Krzysztof Komeda (l'inquietante ninna nanna di “Rosemary’s Baby” che qui ritrova soavità e dolcezza in una versione per flicorno e violoncello), né l’arrangiamento della cantata sacra di Bach “Wachet auf, ruft uns die Stimme” e tantomeno la convincente rilettura di “Un vestido y un amor”, hit del rocker (e cineasta) argentino Fito Páez. Alle restanti composizioni, equamente divise tra i due autori, si aggiungono, significativamente al centro dell’opera, “Dardusó” e “Stanna Tid”, brani co-firmati e creati dai due protagonisti, in cui le peculiarità del duo – l’ascolto dell’altro, il dialogo, l’impossibilità di sottrarsi al confronto – vengono brillantemente esplorate ed evidenziate, confermando la bontà dell’intuizione di chi ha messo insieme due protagonisti del jazz europeo contemporaneo. (Danilo Di Termini)

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GRAHAM PARKER – Cloud Symbols

Tra il pub e il punk, non solo musicalmente, il passo può essere breve; di sicuro ad averlo fatto è Graham Parker – il primo della magnifica triade composta con Joe Jackson ed Elvis Costello a pubblicare un singolo nel lontano 1976 – che ha poi anche attraversato l’Atlantico per trovare negli States linfa, soprattutto black, vitale per la sua musica. Arrivato al 23° album in studio, Parker conferma pregi (molti) e difetti (qualcuno) di tutta una vita passata a cantare storie: un’estrema sincerità musicale, una buona capacità negli arrangiamenti (sono tornati i fiati dei Rumor Brass – con Parker fin dai tempi di "Stick To Me" del 1977 – e c’è una nuova ‘backing band’, i Goldtops con il fedele Martin Belmont alla chitarra, Geraint Watkins alle tastiere, Simon Edwards al basso e Roy Dodds alla batteria), il consueto riuscito incrocio tra un cantautorato malinconico (“Maida Hill”), l’energia del buon vecchio rock’n’roll (“Girl in Need”, “Nothin' From You”) e il fascino della New Orleans di Alain Toussaint (“Bathtub Gin”). Il difetto si può riassumere in una vena compositiva non sempre superlativa, che in un disco che supera di poco la mezz’ora assume i contorni di una tara ineliminabile. Ma per i fan Graham, e io tra loro, non si discute! (Danilo Di Termini)

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MARC RIBOT - Songs Of Resistance 1942-2018

Da quando è stato eletto Trump, praticamente ogni disco americano (a prescindere dal genere) è stato disco “di protesta”. Tutti, dai rapper ai giocatori di football al cast dei musical di Broadway ai pallidi indie rocker di Brooklyn, hanno coralmente disconosciuto il presidente con canzoni, versi e gesti. Qui, Marc Ribot fa un passo in più, mettendo in fila una sorta di bignami della canzone di protesta che cita Trump per nome (ovviamente) ma scava indietro nel tempo, e nella protesta, fino al 1942 con pretesa enciclopedica o poco meno. Ribot (chitarrista e collaboratore seriale) arruola un cast di voci di prim’ordine per riletture grossomodo folk (con punte jazzate occasionali) di classici e meno classici del repertorio di lotta; da ascoltare (perché insieme coinvolgente e assurda) la versione di Bella ciao, affidata a Mr. Tom Waits (Goodbye Beautiful, ovviamente). (Marco Sideri)

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PAUL SIMON - In The Blue Light

Insieme all’annuncio del suo ritiro dalle scene arriva il quattordicesimo disco solista (esclusi quindi gli esordi con l’amico e compagno di ‘high school’ Art Garfunkel) di uno dei più grandi songwriter della canzone americana. Una formidabile capacità di scrittura a cui però ha sempre affiancato una straordinaria consapevolezza del tempo in cui agiva come artista e come persona. Quasi a riprova di quanto detto eccolo ripercorrere e rileggere alcune tappe della sua carriera, da “There Goes Rhymin'” del 1973 a “So Beautiful or So What” del 2011, tralasciando volontariamente brani celeberrimi o album epocali come “Graceland”. Per farlo si affida a un drappello di jazzisti (non una novità, vedi alla voce “Still Crazy After All These Years”) tra cui Wynton Marsalis che arrangia l’orwelliana “Pigs, Sheep And Wolves”, trasformandola in un’allegra fanfara New Orleans;o Bill Frisell, che colora in maniera inconfondibile “Love” “Darling Lorraine”, e “Questions For The Angels”; o John Patitucci, Jack DeJohnette e Joe Lovano (c’era David Sanborn nella versione originale) insieme per una “Some Folks' Lives Roll Easy” ancora più dolente e malinconica di fronte alla consapevolezza che “Most folks never catch their stars”.

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THELONIOUS MONK - Monk

La vicenda di Thelonious Monk è una delle più affascinanti e misteriose di tutta la storia del jazz. Enigmatico almeno quanto la sua musica, profonda e imperscrutabile nella sua apparente semplicità, debutta discograficamente negli anni ‘40 con le sedute del Minton's Playhouse con Charlie Christian e Kenny Clarke, che storicamente segnano l’esordio del be-bop. Ma ‘Sphere’ - uno dei suoi tanti soprannomi – attraverserà tutti i generi degli anni a venire, impermeabile a ogni evoluzione, continuando a suonare praticamente solo la sua musica, la maggior parte dei titoli incisi nelle fondamentali registrazioni Blue Note del 1947 e in quelle Prestige degli anni immediatamente successivi. Anche questo concerto del 1963 (curiosamente lo stesso anno del recente “Both Directions at Once: The Lost Album” di John Coltrane: ma dove là c’era un disco inedito, qui c’è solo un concerto, di un anno peraltro già ampiamente documentato da svariate registrazioni ufficiali e bootleg) non sfugge alla regola: i tre brani di Monk - “Bye-Ya”, “Nutty”, “Monk’s Dream” - provengono da sedute degli anni ‘50 e i due standard prescelti - “I'm Getting Sentimental Over You” e “Body and Soul”, quest’ultima eseguita in solo - sono anch’essi temi ricorrenti nella produzione del pianista di New York.

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PAUL WELLER - True Meanings

Sono un vecchio fan (cioè: in età avanzata e da molto tempo) di Paul Weller e inevitabilmente ogni suo disco suscita in me emozioni contrastanti (di cui bisogna tenere conto per una corretta valutazione della recensione). La gioia di ritrovare un ‘vecchio’ amico si confonde con il malinconico rimpianto di anni che inevitabilmente non torneranno. Non ritorna nemmeno la musica degli Style Council e tantomeno quella dei Jam (ma qui si tratta di assecondare le leggi della natura, ché fare i punk a sessant’anni passati ‘suonerebbe’ alquanto anacronistico). Allora The Modfather decide di guardare avanti, cioè vivere consapevolmente il proprio presente: composizioni introspettive, spesso malinconiche, in cui ai consueti riferimenti si affiancano addirittura Nick Drake (l’intro di “Aspects”) o il più prevedibile George Harrison (“Books”); e poi ci sono gli ospiti, da Rod Argent, il leader degli Zombies (quelli di “She’s Not There”), che abbozza di vaga psichedelia l’apertura di “The Soul Searchers” con il suo organo Hammond (testo di Conor O'Brien dei Villagers) e la conclusiva “White horses” (qui il testo è di Erland Cooper), a Noel Gallagher, giusto per un paio di comparsate; soprattutto c’è una sezione archi che colora quasi ogni brano di riflessi autunnali, con un omaggio a “Bowie” per piano, chitarra e ‘string quartet’ davvero riuscito.

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MARCIN WASILEWSKI - Live

Arrivati alla ribalta come accompagnatori del trombettista polacco Tomasz Stanko (scomparso nel luglio scorso), Slawomir Kurkiewicz (contrabbasso), Michail Miskiewicz (batteria) e Marcin Wasilewski (pianoforte) già da qualche anno si erano affrancati dal loro mentore per intraprendere un’attività ‘originale’ che li ha portati a incidere quattro dischi per ECM. Questo è il loro primo live, registrato nell’agosto 2016 al Middelheim Jazz Festival di Anversa dove il confronto con un audience di oltre 4.000 persone ha in qualche modo costretto il trio a rendere più energica la sua musica. Ne beneficia il repertorio, in passato soggetto a qualche leziosità di troppo, in questo caso quasi tutto proveniente dal disco del 2014 “Spark of Life”. Si tratta di quattro originali e due cover: una di “Message in a Bottle” dei Police (che non si rivela particolarmente adatta a una rilettura jazz), l’altra "Actual Proof" di Herbie Hancock (scritta originariamente per il film “The Spook Who Sat By The Door”, “Freeman - L'agente di Harlem” in Italia), uno dei grandi ispiratori del lavoro del trio. Un buon disco di piano trio, forse il migliore ad oggi di questo gruppo. (Danilo Di Termini)

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