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 JOE JACKSON - Fool

Il 5 gennaio 1979 usciva “Look Sharp!”. Se guardiamo indietro sembra passato un secolo, ma Joe Jackson, tra alti (pochi negli ultimi anni, ma “Fast and Forward” del 2015 era un bel disco) e bassi (qualcuno di più, sicuramente il deludente omaggio a Duke Ellington del 2012) è ancora lì, a macinare musica alla sua maniera. E cioè un sano e vigoroso rock ibridato dal suo amore per gli anni ‘40, la musica nera in generale e il jazz in particolare. Per farlo, si affida alla per lui classica formazione del quartetto che al suo pianoforte aggiungela chitarra di Teddy Kumpel, la batteria di Doug Yowell e il basso di Graham Maby, con lui fin da quel primissimo album pubblicato quarant’anni fa. Otto canzoni, poco più di quaranta di minuti: “Dave” che sembra uscita da “Night and day”, “Fabulously absolute” cinetica e schematica, ma con un testo provocatorio, “Friend better”, quasi un omaggio a Donald Fagen, la conclusiva “Alchemy”, tra Paul Weller e Burt Bacharach. In attesa di vederlo dal vivo tra il 19 e il 23 marzo in Italia, una buona occasione per ascoltarlo ancora una volta su disco. (Danilo Di Termini)

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SHARON VAN ETTEN - Remind Me Tomorrow

Il suo Are We There, oltre ad  aver convinto mezzo mondo, diventò anche disco dell’anno su queste pagine nel lontano 2014, superando forse qualche pregiudizio, ma con scioltezza. Quel disco era, tutto sommato, un disco di chitarre e malinconia, di amori e dolori. In questi anni poco è cambiato,e la Van Etten ha cercato altri percorsi, da attrice a madre. Quest’ultimo aspetto ricorre nella confusione della cameretta in copertina, un caos che mette  allegria. Per Remind Me Tomorrow, la cantautrice americana ha scelto un produttore, John Congleton, dalla mano un po’ pesante sul versante elettronico. Le canzoni sono perciò adornate da strati e strati di tastiere, soprattutto sintetiche e minacciose; un bordone continuo che mette a prova i woofer (e il vostro sfortunato vicino di casa). Ancora una volta, però, Sharon colpisce nel segno con i suoi brani, dove non è mai chiaro quanto ci sia di autobiografico e quanto di finzione artistica; le ottime melodie, e la voce (quasi sempre doppiata da quella di Heather Woods Broderick) si sposano con le architetture sonore guidate da Congleton, che sforano i confini musicali fino a toccare i suoni dell’hip hop e del nuovo soul. Remind Me Tomorrow, nonostante l’uscita precoce, candida nuovamente Sharon Van Etten ad artista dell’anno, se qualcuno/a non farà meglio...  (Fausto Meirana)

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ERIC DOLPHY - Musical Prophet: The Expanded 1963 New York Studio Sessions

Pubblicato in triplo vinile lo scorso Black Friday arriva nel 2019 anche il triplo cd di “Musical Prophet: The Expanded 1963 New York Studio Sessions”, opera in cui la Resonance Records ha raccolto le incisioni realizzate da Dolphy l’1 e il 3 luglio 1963. Originariamente prodotte da Alan Douglas – l’uomo che stava lavorando per la realizzazione del mitico album di Jimi Hendrix insieme a Miles Davis al momento della scomparsa del chitarrista – le sessioni videro la luce in due dischi distinti, “Conversations” per la FM record nel 1963 (ripubblicato poi dalla Vee-Jay con il titolo “The Eric Dolphy Memorial Album”) e “ Iron Man” per la Douglas nel 1968 (da rimarcare in questi album più volte ristampatil’impareggiabile crocevia tra ‘vecchio’ e ‘nuovo’di “Jitterbug waltz” di Fats Waller e la performance solitaria all’alto di “Love me”).La novità di questa edizione, curata dal flautista James Newton,consiste, oltre che nella rimasterizzazione dai nastri mono (quelli stereo sembrano essere scomparsi, forse in un incendio), in più di ottanta minuti di musica inedita che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, quanto il lavoro di Dolphy fosse proiettato verso sonorità inedite, uno dei rari esempi di avanguardia ‘lirica’ che ancora oggi, a più di cinquant’anni dalla sua scomparsa, ritroviamo in suoi molti epigoni (un nome su tutti, quello di Marty Ehlrich). Il parterre che accompagna Dolphy è di livello assoluto: Sonny Simmons al sax alto, Garvin Bushell al bassoon, Prince Lasha al flauto, Clifford Jordan al sax soprano, Woody Shaw alla tromba, Bobby Hutcherson al vibrafono, Eddie Khan e/o Richard Davis al contrabbasso, Charles Moffett e/o J.C. Moses alla batteria. Concentrandoci sulla parte inedita troviamo due lunghe rielaborazioni di “Muses for Richard Davis”per contrabbasso con archetto e clarinetto basso, sette alternate take e un brano bonus track - “A Personal Statement” - proveniente da una seduta per quartetto e voce con Ron Brooks al contrabbasso, Robert Pozar alle percussioni e Bob James al piano del 2 marzo 1964 (esattamente tra la seduta di “Out to Lunch” e quella di “Point of departure”, due album imprescindibili). Se proprio non siete convinti vi segnaliamo che le ponderose note di copertina sono redatte, tra gli altri, da Bill Laswell, Dave Liebman, Han Bennink, Henry Threadgill, Joe Chambers, Marty Ehrlich, Nicole Mitchell, Oliver Lake, Richard Davis, Sonny Rollins, Steve Coleman. (Danilo Di Termini)

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GIANMARIA TESTA - Prezioso .

Sono passati quasi tre anni dalla morte di Gianmaria Testa, il cantautore piemontese che ebbe successo prima all'estero (Francia, Germania) che in patria. Negli ultimi anni però, anche in Italia conseguì il meritato successo, con dischi come Altre Latitudini e, soprattutto, Da Questa Parte Del Mare, certamente il suo disco migliore. In questi tre anni, la moglie, Paola Farinetti, ha raccolto alcune registrazioni casalinghe unendole ad altro materiale, edito ed inedito, per costruire il disco che esce in questi giorni. Si chiama Prezioso, ed è un titolo che rivela l'eccezionalità del contenuto. I due brani già editi sono Questa Pianura, versione di Le Plat Pays di Brel, che uscì su Bardoci, un disco dedicato a Sergio Bardotti, autore della traduzione, quindi La Tua Voce, un brano da Lampo eseguito con la cantante brasiliana Bia. Due brani provengono dallo spettacolo teatrale ITALY, uno è il tradizionale Merica, Merica, dove c'è la voce narrante di Giuseppe Battiston, l'altro è il 10 agosto di Giovanni Pascoli messo in musica. Senza nulla togliere a questi brani, il cuore della raccolta sta negli emozionanti demo di Gianmaria con la sua chitarra, registrati piuttosto semplicemente ma con buona qualità; sono altri sette brani, sui quali svettano l'amara ed attuale Povero Tempo Nostro e l'intensa Anche Senza Parlare, quest'ultima con Gabriele Mirabassi a ricamare con il suo clarinetto. I cinque brani che restano fanno parte di uno spettacolo dove venivano eseguiti dall'attore Paolo Rossi. Di questi si ricordano, più degli altri tre, il bizzarro Post-Moderno Rock e Una Carezza D'amor, quasi un omaggio al conterraneo Paolo Conte. (Fausto Meirana)

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RED WINE - Carolina Red / Vintage 1978

La bella copertina di Roberto Zizzo, tutta giocata sui toni ocra e rossastri delle foglie autunnali è già buon viatico per accostarsi a questo nuovo e atteso cd della Red Wine, che festeggia ben quattro decenni di musica, di concerti, di difficoltà, di risate, di piccole e grandi gioie e momenti in cui è stato necessario stringere i denti. Il sottotiolo di Carolina Red (il riferimento geografico è allo studio in legno nella foresta  dove il gruppo è andato a registrare, dai fratelli Krüger) è vintage 1978: l’auto – includersi in una categoria di modernariato musicale sta a significare che la soglia di autoironia è assai alta, dunque l’anagrafe non conta più di tanto. Contano i fatti, e qui ce n’è a volontà, per ascoltatori senza pregiudizi e che amino la musaica a prescindere dai generi.

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Micah P Hinson and The Musicians Of The Apocalypse - When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy You

Ci restano poche (pochissime) sicurezze ed è in qualche modo corretto che una sia rappresentata da uno sghembo texano, occhialuto e dinoccolato. Micah P Hinson è una figura che un tempo si sarebbe detta “di culto”, ma oggi suona demodé (oggi è tutto “di culto”). Micah P Hinson è un cantante country (di questo tecnicamente, si tratta) con sbavature moderne (qualche lampo di elettricità, qualche tendenza sperimentale -la conclusiva The Skulls Of Christ). È un autore riconoscibile, il cui modo (la voce cantilenante, gli sfondi dilatati, la penna felice) conserva la specialità dei grandi interpreti, pur nella massa enorme di musica affine che esce ogni settimana. Questo disco (già il titolo pare un racconto di frontiera) conferma personalità e ricordi, in bilico, come tutto il country che valga la pena, tra dannazione e redenzione. (Marco Sideri)

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GIANMARIA TESTA - Prezioso

L’Italia di oggi è, purtroppo, una repubblica fondata sul livore e sul rancore. Tutti leoni da tastiera , pronti a colare bave d’odio Web su chiunque non dia lo stesso valore nostro alle nostre stesse (apparenti) ragioni, tutti allineati e coperti, come da inquadramento militare, a prendersela con chi sta peggio di noi, perché qualcuno col sorrisino ironico fisso e  inalberato ci ha raccontato la favoletta che se stiamo peggio di prima è per colpa di chi sta peggio di noi. Queste bestialità assortite erano un bersaglio prediletto di una persona che, come De André, non aveva “lingua allenata al vaffanculo”. Non gridava, non era mai sopra le righe. Spiegava con pazienza, la voce arrochita dalle sigarette e un bicchiere di bianco accanto che bisognava ricordarsi di quando gli emigranti eravamo noi, che stiamo “da questa parte del mare”. Faber non c’è più, e non c’è più neppure Gianmaria Testa: se n’è andato in punta di piedi un paio d’anni fa. Bello, allora, che questo disco fortemente voluto da Paola Farinetti, la moglie di Gianmaria, accolga buona messe delle canzoni che il cantautore piemontese ci ha lasciato tra i suoi appunti di lavoro, e che si intitoli “Prezioso”: perché sono tutte gemme di valore questi brani che Testa limava e affinava. Oppure erano già pronte, per darle a altri, e qui le trovate invece come sono nate nel suo studio casalingo, chitarra e voce. C’è un capolavoro subito in  apertura, Povero tempo nostro: come se Gianmaria avesse avuto le antenne per vedere il nostro sguaiato e disperato presente italiano, ci sono i brani che poi ha portato in scena Paolo Rossi, c’e Merica Merica, con la voce di Battiston che legge le povere lettere degli emigranti italiani.

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MARCO CAMBRI - Særa i euggi

Finalmente un nuovo disco per Marco Cambri, a ben quattordici anni dall’introvabile  “A Curpi de Pria” (a quando una ripubblicazione, maestro?) e a quattro dal semiclandestino “Vivo”,  venduto per lo più ai concerti. La dozzina di brani è ormai conosciuta dal pubblico, visto che nei suoi concerti  queste canzoni vengono proposte da un po’ di tempo. Ciò non toglie che sia bello avere in mano un disco così pregiato per veste grafica e contenuti artistici. Le canzoni in dialetto genovese di Cambri,  sempre incentrate su personaggi e storie dal sapore antico, descrivono luoghi, paesi e ambienti che ognuno di noi può aver conosciuto o almeno sentito raccontare. La sua scrittura, altamente poetica (e in più, nella nostra difficile ‘lingua’) tocca qui nuovi vertici, come in Ægua do Bronzin o in Passo, ma anche nuove leggerezze, come nella spumeggiante Che Rìe. 

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MARIANNE FAITHFULL - Negative Capability

L’avevamo lasciata quattro anni fa al termine di un concerto (di cui potete rileggere la recensione qui > http://www.discoclub65.it/concerti/archivio-mainmenu-40/5905-marianne-faithfull-live-allauditorium-di-milano-27-ottobre-2014.html) bellissimo e affaticato (il live del 2016 “No Exit” ne è fedele testimonianza). La ritroviamo quattro anni dopo con la voce ancora più stanca e dolente, il fedele Ed Harcourt alle tastiere e alla scrittura, il ‘Bad Seed’ Warren Ellis e il collaboratore di PJ Harvey, Rob Ellis: il risultato è un disco sublime e commovente, in cui da Parigi, dove vive da tempo, rielabora i recenti problemi di salute e la perdita di alcuni dei suoi amici più cari, da Anita Pallenberg (rievocata in “Born to Live”) al suo chitarrista Martin Stone (in “Do not Go”). Come fantasmi, dal passato arrivano anche “Witches' Song” (da “Broken English”, il disco della svolta del 1979) e la sempiterna “As Tears Go By” mentre il singolo di lancio “The Gypsy Faerie Queen” è stato composto(e cantato) insieme a Nick Cave.

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