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Mi dicono: - Questo disco è proprio divertente! - Faccio io: - Ma cantano in francese? -  Sì, ma le voci sono talmente ‘dentro’ nel mix che non te ne accorgerai…- Comunque i Corridor sono canadesi, di Montreal, e parlano quella lingua lì, cosa non proprio comune tra i gruppi che della Sub Pop di Seattle. Questo è il loro terzo disco e sembra di gran lunga  il migliore. Credo che l’unico modo per scacciare i dubbi (legittimi) sull’equazione tra la lingua francese e l’alternative rock sia quello di ascoltare Junior con rispetto ed attenzione. Il maggior pregio del disco risiede nell’immediatezza, nei ritmi solidissimi, metronomici come il motorik del krautrock, ma instillati della maestria pop che li avvicina a  gruppi come gli XTC. Muri di chitarre, percussioni marziali e pregevoli armonie corali sono i tratti distintivi del gruppo. Certo, l’uso delle voci sconta qualche debito di troppo nei confronti di gruppi come gli Animal Collective e i Fleet Foxes, ma i Corridor sono meno tecnologici dei primi e parecchio meno pastorali e presuntuosi dei secondi. Una vera sorpresa, parbleu! (Fausto Meirana)

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I dischi belli e lievemente sconvolgenti sono rari. Rarissimi, forse. Questo è un disco splendido, e decisamente sconvolgente. Perché mette in conto talmente tanti apporti e soluzioni sonore che si rischia il giramento di testa. Proviamoci. Sean Noonan è un batterista e compositore che arriva dalla scena punk jazz newyorchese degli anni ’90. E’ un irlandese folle innamorato di Zappa e di ogni musica che non sia banale. Malcom Mooney è un’icona vivente: era il primo cantante dei Can, mezzo secolo fa, glorioso ensemble kraut rock dedito a musiche così aliene che ancora oggi sono all’avanguardia. Jamaaladeen Tacuma era il bassista elettrico dei Prime Time di Ornette Coleman, Ava Mendoza una chitarrista sperimentale californiana che ha lavorato con Nels Cline (Wilco, avant jazz vario), Alex Marcelo un tastierista aperto a ogni musica. Se sopravvivete ai primi due brani, che sembrano fatti apposto per sconcertare e mettere alla prova l'ascoltatore, sappiate che troverete ballate insostenibili per delicata fragranza e avvampanti fiammate elettriche alla Pixies, il ricordo di “Riders On the Storm” dei Doors e quello del Rock in Opposition che fu, echi di free jazz nudo e crudo, dei King Crimson più involuti, di Tim Buckley, e derive strumentali che tutto sfiorano, e da nessuna parte mettono radici. E ogni volta che entra la voce stropicciata di Mooney, il rischio del luccicone è lì in agguato. (Guido Festinese)

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Si avvicina il Natale ed ecco che lo zio Bob ci lancia in pasto l’ennesimo Bootleg Series, volume quindicesimo; questa volta il disco indaga sulla collaborazione tra Johnny Cash con  le leggendarie sessions condivise. Diciamo subito che la parte del leone la fa il gigantesco ‘fuorilegge’, mentre Dylan, colto in una delle fasi più controverse della carriera (tra John Wesley Harding e Self Portrait) non ne esce benissimo… Il primo dei tre dischi consta di versioni alternative da JWH e da Nashville Skyline: poche sorprese, una outtake non memorabile (Western Road) due belle versioni con linea melodica alterata di As I Went Out One Morning e I Pity The Poor Immigrant. Il secondo disco è  interamente dedicato alla collaborazione Dylan-Cash, con il titolare (Dylan) che si fa un po’ mangiare dall’ospite, dal suo vocione e dal micidiale chick-a-boom dei rodati session men nashvilliani. Niente di strano, allora, che queste registrazioni siano rimaste nel cassetto per cinquant’anni, anche se ci sono diverse curiosità, come la Matchbox interpretata da Cash, Dylan e l’autore, il grande Carl Perkins, all’epoca nella solidissima band dell’outlaw per eccellenza. Il terzo disco solleva un po’ il livello, con alcune buone versioni quasi soliste di brani dell’epoca (Wanted Man, I Threw It All Away, Living The Blues) e la bizzarra collaborazione con il banjoista Earl Scruggs (e famiglia) in un buon  momento di sconsiderata disponibilità da parte dello scorbutico folksinger. Tutto qui, ottimo regalo per i fan, ma nulla più... (Fausto Meirana)

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L’inizio, un corrusco, magmatico affresco poliritmico in cui si agitano continui passaggi di tonalità, sino a rendere incerto e ambiguo l’intero blocco sonoro, potrebbe far pensare al Lennie Tristano gigantesco ed eroicamente solo delle ultime incisioni, dei tributi a Parker, della Discesa nel Maelstrom. E, in effetti, non è che il genio di origini italiane venga spesso ricordato come anticipatore del tocco dell’idiosincratico Jarrett. Qui però è manovra necessaria, almeno quanto il rammentare un dato storico di prima evidenza: ogni volta che Jarrett suona in “solo” in Germania per qualche misteriosa alchimia della sorte le cose sembrano funzionare al meglio. E’ successo anche in Italia, sia chiaro (ricordate i concerti di Milano e Venezia?), ma qui il dato è di concreta riconoscibilità. Col valore aggiunto di trovarsi a Monaco, nella città dove ha sede la Ecm di Manfred Eicher che se l’è sempre tenuto sotto l’ala.

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È con il nome di Crosscurrents trio che Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter nell’estate del 2018 hanno presentato la loro musica nel corso di una tournée che aveva toccato anche l’Italia. Succederà anche prossimamente, ma intanto esce questo disco in ci i nomi loro compaiono in bella vista ed è giusto così perché sarebbe davvero un peccato lasciarsi sfuggire questo ascolto. Si tratta di un vero e proprio supertrio con uno dei contrabbassisti più importanti della storia del jazz, una star mondiale delle tablas e un sassofonista che nei contesti in cui non è il l’esponente di punta, opinione ovviamente molto personale, riesce a dare il meglio di sé.

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OMNI - Networker

Terzo album per gli Omni, power trio che include l’ex Deerhunter Frankie Broyles alla chitarra e Philip Frobos alla voce e basso (il terzo membro, nonostante le foto in rete, è difficile da individuare, potrebbe essere il produttore Nathaniel Higgins o un batterista ospite...). Con Networker il trio di Atlanta passa sotto l’egida della Sub Pop,  senza perdere la forza che pervadeva i precedenti due dischi per la Trouble In Mind: Deluxe (2015) e Multi-Task (2016). A conferma che in Georgia c’è sempre stato (e c’è) un interesse verso la New Wave inglese fin dai tempi dei R.E.M., gli Omni si ispirano ai gruppi come i Gang Of Four e i Wire, aggiungendo ingredienti molto graditi come  l’obliquità vocale di David Byrne, un tocco di Devo e, talvolta, lo scatto frenetico degli XTC dei primi due album. L’intero album totalizza una mezz’ora soltanto di musica, ma gli undici brani sono scattanti e urgenti come non si sente spesso. Buon ascolto! (Fausto Meirana)

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Lloyd Cole trova nell’elettronica una nuova ispirazione, anche se la sua frequentazione con certe sonorità risale al passato; già Plastic Wood (2004)  era un disco strumentale, elettronico, completamente diverso dalle canzoni pop cui l’artista inglese ci aveva abituati. Per non parlare della più intensa  collaborazione con Hans-Joachim Rodelius:  Selected Studies Vol. 1 è del 2013 storia quasi recente visto che uscì nello stesso anno del convincente disco ‘normale’ Standards. Non sorprende troppo, quindi l’adozione di una strumentazione del tutto sintetica per Guesswork, disco che giunge dopo sei anni di pausa. Si tratta di un disco di pop dominato dall’elettronica, ma pur sempre un disco di splendide canzoni, con qualche ritmica robotica ed ossessiva e più di un  debito verso artisti come i Kraftwerk e, in generale, con il suono ‘cosmico’ di impronta germanica. Ma le melodie vincono su tutto, e in questo Lloyd Cole ha una certa esperienza, da Rattlesnakes in poi, pur con alti e bassi; collaborano a Guesswork anche due vecchi amici dei Commotions: il chitarrista Neil Clark e il tastierista Blair Cowan. (Fausto Meirana)

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BILL FRISELL - Harmony

Sono passati pochi mesi dall'uscita del bel live registrato insieme al contrabbassista Thomas Morgan per ECM ed ecco un nuovo progetto di Bill Frisell che segna il debutto del chitarrista per la prestigiosa Blue Note. Ciò nonostante "Harmony" più che un disco jazz andrebbe correttamente catalogato alla voce 'Americana', ove con questa si intenda quel genere musicale contemporaneo che trova le sue radici nella tradizione del roots rock e del country. Da lì arrivano "Hard Times" di Stephen Foster (composto a metà dell'Ottocento è stato ripreso un po' da tutti, Dylan compreso), il tradizionale "Red River Valley" (eseguito 'a cappella'), il brano di Pete Seeger "Where Have All The Flowers Gone".

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FRANKIE COSMOS - Close It Quietly

Frankie Cosmos è il nome d’arte di Greta Kline, una venticinquenne americana che suona e canta  fin da quando aveva sedici anni. Importa magari che sia la figlia di due grandi attori hollywoodiani come Kevin Kline e Phoebe Cates, ma fino ad un certo punto… Con Close It Quietly  siamo già al quarto album,  mentre in questo stesso 2019  la Kline ha già prodotto un EP coraggioso di sola voce e piano, Haunted Items. Nonostante la giovane età, quindi,  c’è già molta esperienza, sia in studio che sul palcoscenico, come si legge  sulla pagina di Wikipedia a lei dedicata.

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