Rock

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GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR - Allelujah! Don’t Bend! Ascend!

Dopo dieci anni di silenzio discografico torna  lo strano mondo fra esoterico e politicamente aggressivo dei Godspeed You! Black Emperor. L’ensemble canadese non è molto cambiato dai tempi del post-rock e del post 11 settembre, ma questo non significa che sia fuori trend socio-sonoro in un mondo dominato da crisi, stagnazione e dal soul notturno ed elettronico di Frank Ocean e The Weeknd. Soprattutto nelle due tracce lunghe  il punk progressivo,  e al solito tutto strumentale, dei  Godspeed risulta possente, coinvolgente e motivato: Mladic ha suggestioni balcaniche travolte da un agghiacciante crescendo (si parla del  ‘boia di Szebrenica’, d’altronde), mentre We Drift Like Worried Fire funge da controparte consolatoria e struggente.  Musica non per tutti i giorni, ma indispensabile e vitale nei giorni grigi dentro. (Antonio Vivaldi)

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MESHELL NDEGEOCELLO - Pour une âme souveraine: A Dedication To Nina Simone
Infine l'eterna incompiuta Meshell Ndegeocello ha deciso di incontrare la musica di Nina Simone, artista con la quale condivide la difficile classificazione in un genere musiclae preciso e anche una certa qual fierezza di carattere. Lo ha fatto con un album registrato in dieci giorni, con i musicisti che l’accompagnano in tour (Chris Bruce, chitarra, Jebin Bruni, tastiere e Deantoni Parks, batteria), e un pugno di ospiti, a volte felici come Lizz Wright (“Nobody’s Fault But Mine”), a volte irritanti, come Valerie June (“Be My Husband”) o impalpabili come Sinead O’Connor (“Don’t Take All Night”). Alla fine la scommessa è vinta, con menzione per “Please Don’t Let Me Be Misunderstood” e la dolente “Four Women”, canzone manifesto spesso fraintesa (e censurata), restituita ad una brillante purezza. (Danilo Di Termini)
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ALLAH-LAS - Allah-Las

Giusto l'altro giorno spiegavo alla mia classe che tre quarti delle cose che amiamo in realtà attingono ai nostri ricordi più che costituire un vero e proprio "piacere nuovo". Gli Allah Las, giunti qui al loro debutto su lunga durata, sono esattamente questo. L'ascolto è vera e propria macchina del tempo, stroboscopico e musicarello insieme. Questo tipo di operazione credo sia scevra di astuzie commerciali, si sente che il quartetto non cerca la trovata produttiva, il photoshop sonoro per accattivarsi ascolti, insomma loro sono davvero vintage. L'impressione è quella di avere tra le mani un disco tardo sixties dimenticato per chissà quale motivo dalle cronache d'epoca. Certe sonorità richiamano addirittura i revivalisti anni '80 ma non bisogna considerarlo un difetto. Buona parte della cosiddetta "nuova musica" cerca queste suggestioni (ad esempio alcune prove degli Arctic Monkeys) ma qui la genuinità è tale da non concedere paragoni. Sono sicuro che chi ha amato Zombies, i Them, la Surf music più crepuscolare, e si, mettiamoci anche i Fuzztones e, strana l'assonanza, anche i La's, troverà negli Allah Las ampia soddisfazione. (Marcello Valeri)

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DARK DARK DARK – Who Needs Who

In attività ormai da diversi anni, I DDD hanno acquisito una certa notorietà nel 2010 grazie all’ottimo Wild Go, un disco nel quale fondevano sapientemente influenze differenti: Americana (sono originari del Minnesota), folk, jazz (quello di New Orleans), musica balcanica e una certa sensibilità pop. Il nuovo Who Needs Who, pur mantenendo l’insieme di queste ascendenze, è un disco più intimo, forse perché frutto della rottura sentimentale tra la cantante, pianista e principale compositrice Nona Marie Invie e il clarinettista della band Marshall LaCount. E’ certamente un disco malinconico, Who Needs Who, ma tutt’altro che deprimente o cupo; i DDD ci offrono qui la loro opera più riuscita, nella quale molti dei brani rimangono impressi dopo un solo ascolto e nessuno annoia, invitando anzi ad ascolti ripetuti. Merito del songwriting e dell’interpretazione, con la voce intensa e mai di maniera di Invie in primo piano, e di una band che ha raggiunto un livello di coesione strumentale perfetto. Uno dei dischi dell’anno. (Marina Montesano)

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BABA SISSOKO AFRO BLUES - African Griot Groove

Baba Sissoko è un valente musicista maliano (virtuoso dei cosiddetti tamburi parlanti, ma anche suonatore di diversi strumenti a corda, tra i quali lo 'ngoni e il kamalengoni, appartenenti all'ampia famiglia dei liuti africani), che da tempo vive in Calabria, tanto che lui stesso ama definirsi con orgoglio afrocalabrese o meglio ancora calafricano. Lo ricordiamo, tra le altre cose, percuotere i suoi tama (i talking drums della tradizione griot, la casta di musicisti ancora oggi dedita, nei territori dell'ex Impero Mandingo, alla trasmissione e conservazione della cultura tradizionale) a fianco dell'Art Ensemble of Chicago nella storica e memorabile Reunion del 2003 (senza la tromba del sempre compianto Lester Bowie, ma con l'allora grande ritorno, dopo svariate "peregrinazioni" spirituali, di Joseph Jarman ai fiati), organizzata meritoriamente negli studi di Radio Tre da Isio Saba e Pino Saulo e immortalata da un cd delle Edizioni Manifesto, intitolato (appunto) "Reunion". In questo "African Griot Groove", registrato al Piccica studio di Cosenza, lo troviamo alla guida di un esuberante gruppo multietnico, di estrazione sostanzialmente africana-occidentale, salvo la presenza del cubano Reynaldo Hernandez alle congas e al batar (ma tutto in realtà torna, se si pensa al percorso compiuto storicamente dalle musiche afroamericane), che sgrana agevolmente e mirabilmente una serie di implacabili e divertentissimi groove dall'intricata e mirabolante tessitura ritmica, in un tripudio gioioso di compositi suoni tradizionali (e non), essenzialmente strumenti a corda e a percussione. Un album dall'irrefrenebaile tensione coreutica, nel quale il blues, le cui sorgenti risiedono certamente anche in questo tipo di tradizione, risulta essere solo una lieve essenza, una leggera spezia pentatonica, che arricchisce il colorato quadro di una musica fortemente radicata nella storia, affondata nel presente e proiettata nel futuro. Solare. (Marco Maiocco)

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PATRICK WOLF - Sundark And Riverlight

Nevrastenico ed eccessivo, Patrick Wolf ha più volte rischiato di diventare una parodia di se stesso. Di recente sembra aver trovato un metodo nel suo essere sopra le righe (inclusa la consapevolezza che non diventerà mai famoso come Lady Gaga -al massimo come Lana Del Rey) e oggi celebra i dieci anni di attività musicale con un’antologia atipica. Sundark & Riverlight riprende brani tratti dai cinque album fin qui pubblicati (aggiungendo qualche inedito) e li registra in con pianoforte, archi, arpa, ukulele e tocchi est-europei. Anche in questa veste la grandeur di Wolf  risulta difficile da contenere e l’insieme risulta per forza di cose un po’ carico, eppure il fascino di molti momenti è indiscutibile: il singolo Overture s’inventa un improbabile folk decadente e Bermondsey Street suona commovente inno alla libertà di atteggiamenti e sentimenti. (Antonio Vivaldi)

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