Rock

Valutazione Autore
 
75
Valutazione Utenti
 
76 (1)
SPAIN - The Soul Of Spain

C'è da qualche parte, sparsa per il mondo, una piccola comunità di ex depressi/cuori spezzati che festeggia. Niente di esplosivo, s'intende, giusto qualche cenno del capo al ritmo di ballate agrodolci. Gli Spain di Josh Haden sono stati, tra la metà e la fine degli anni 90, un malinconico rifugio melodico mentre intorno impazzava la festa britpop: due album meravigliosi, un terzo non proprio, e poi, nel 2001, l'addio. The Soul Of Spain riannoda i fili (in senso letterale: anche la grafica è quella di un tempo) e riporta gli Spain in un mondo (musicale) assai diverso da quello di allora. Quello che resta è la musica di Josh: ballate acustiche, ritmate da un basso in primo piano, la voce gentile ed emotiva, qualche deviazione rock (Because Your Love). Un tempo buttati nel confuso calderone slow core, oggi gli Spain fanno solo gli Spain. Bentornati. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
71
Valutazione Utenti
 
0 (0)
NEIL YOUNG & CRAZY HORSE - Americana

I dischi di Neil Young si possono dividere in due categorie, come quelli di tutti solo che lui ne ha pubblicati un numero assai rilevante. Da una parte, le svolte: i dischi che, per sorte o per scelta, rappresentano un punto fisso nel percorso del musicista. Dall'altra, i contorni: dischi che non cambiano nulla ma semplicemente raccolgono le canzoni di un momento. Americana appartiene alla seconda categoria, a differenza del precedente Le Noise. È una raccolta di standard della tradizione folk americana (noti e meno noti, folk e meno folk) riletta con l'aiuto elettrico dei fedeli Crazy Horse. Il disco è gradevolissimo all'ascolto, tra versioni rispettose e cambi di parole/melodia. Il repertorio è ultra-classico (c'è anche Celementine, quella che cantava Braccobaldo Bau) con punte (Wayfaring Stranger) di notevole intensità. La strada di Neil, intanto, prosegue. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
78
Valutazione Utenti
 
0 (0)
GIANT GIANT SAND - Tucson

Provateci voi, a seguire Howe Gelb. Lui fugge senza sosta: rimbalza tra generi (dal rock, al country, ai dischi di pianoforte solista), nomi (il suo, tutti i Giant Sand passati e futuri, la Band di Blacky Ranchette e non solo), posti (Tucson, la Danimarca, i deserti, le città), formati (dischi, ristampe, edizioni limitate, registrazioni casalinghe). Insomma, è irrequieto, Howe. Tucson lo trova in folta compagnia (12 musicisti, che giustificano presumibilmente il raddoppio di Giant) e in umore nostalgico. Il lungo disco (una country rock opera secondo il sottotitolo) torna a bazzicare il confine (sonoro) tra California e Messico da cui è partito il viaggio di Howe tanti anni fa. Ballate country, fiati mariachi, sbuffi rock, la voce loureediana del padrone di casa a marchiare le strofe. I seguaci non possono lamentarsi. E gli altri, francamente, neppure. (Marco Sideri)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
DEXYS - One Day I’m Going To Soar

La differenza che passa tra reunion ed ibernazione passa di qua. One Day I'm Going To Soar" arriva dopo ventisette anni, il suo predecessore "Dont' Stand Me Down" era stato male accolto dalla critica dell'epoca che probabilmente si aspettava una replica di Too Rye Ay ovvero la loro versione molto personale di R'n'B celtica che aveva sfondato le classifiche con Come On Eileen. Fin qui il riassunto. Oggi esce da una gestazione, diciamo, ragionata un nuovo lavoro che è atemporale, illogico, a tratti persino irritante e quindi, a ragion veduta imparando dagli errori del passato, un capolavoro (così si dirà che lo avevo detto). Il mood e la voce, due caratteristiche che hanno sempre contraddistinto i loro lavori sono più che mai presenti: non cercate però il brano trainante, la canzone memorabile (nel senso da imparare a memoria). Lo stesso brano proposto come singolo (?) She Got a Wiggle è paradossalmente una delle cose più lontane dai loro territori eppure assolutamente personale, come personali sono i testi che cronologicamente partono dall'infanzia e raccontano le peripezie del leader unico (e non potrebbe essere altrimenti). Tecnicamente perfetto anche nelle sporcizie si avvale, per i nostalgici, delle tastiere e della produzione di Mick Talbot che, proprio alla fine del disco, ci lancia una suggestione del suo passato stylosocounciliano. Nel 2007, sul proprio sito Myspace (chi lo usa più?) , pubblicavano un demo e parlavano di uscita imminente: adesso sono usciti. Conclusione: mi piace, non è un disco facile, richiederà molti ascolti e quindi vuol dire che durerà di più. A proposito, dimenticavo che sto parlando dei Dexys, noi li chiamavamo così già prima che lo facessero, in quest'ultima incarnazione, loro stessi. E lunga vita a Kevin Rowland. (Marcello Valeri)

Valutazione Autore
 
64
Valutazione Utenti
 
0 (0)
NICK WATERHOUSE - Time's All Gone

“Excusatio non petita, accusatio manifesta”; chissà se il californiano Nick Waterhouse ha pensato a questo vecchio broccardo latino mentre dichiarava alla rivista Mojo di essere diverso da Eli Reed o Sharon Jones: “io non faccio archeologia, ma cerco di rendere vivo oggi lo spirito di Etta James o John Lee Hooker”. Presuntuoso e sbrigativo, anche se in realtà la sua musica deve molto di più al versante bianco degli anni '50 (e il look alla Buddy Holly lo conferma) e serve a poco prendere le distanze dai suoi compagni di revival, tanto alla fine di questo si tratta. Prodotto molto bene (suoni sporchi o se preferite vintage), con qualche riff indovinato e una qual certa piacevolezza per nemmeno quaranta minuti di ascolto. Ovviamente disponibile su vinile e anche in comodi 45 giri. (Danilo Di Termini)

Valutazione Autore
 
0
Valutazione Utenti
 
100 (1)
NEIL YOUNG & CRAZY HORSE – Americana

Torna a ululare il Vecchio Coyote, e lo fa di nuovo in compagnia della sua magnifica, vecchia accolita di sbandati, quei giovincelli dei Crazy Horse che, alla faccia del settimo decennio incipiente sulle carte d'identità, continuano a suonare il folk rock slabbrato e ringhioso manco fossero ancora nel garage di casa. Retoriche sull' "autenticità" a parte (perché anche Neil Young non è un monolite rock trasparente: è un prisma che riflette molte, molte cose di quanto successo nell'erratico universo popular dell'ultimo mezzo secolo), riecco il Canadese ambientato West Coast con un titolo assai impegnativo. Perché in Americana non troverete altro che una personale scelta e rilettura di "classici" pescati nelle pieghe oscure o luminose della storia della musica nordamericana, un po' (mutatis mutandis, si intende) come aveva fatto Dylan con un paio di dischi mai molto amati, e invece importantissimi, Good As I Been To You e World Gone Wrong, e come decise di fare anche un immenso Johnny Cash al declino della sua vita in nero con gli American Recordings. Racconta Neil Young che lo spirito di Americana è di risalire a quella metà degli anni Sessanta in cui si costituisce un "canone" folk rock, orecchie puntate su Tim Rose.

Login