Rock

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Image Mai come al principio di “At The End…” i Cowboy Junkies hanno ricordato quegli altri veterani instancabili del folk rock: i Walkabouts. Entrambi i gruppi hanno rinunciato da anni a stupire. Entrambi hanno pubblicato dischi in (sovra)abbondanza. Entrambi sono capaci, nella loro semplicità formale, di momenti tra i più sinceri e belli di tutta la musica vicina e lontana. E così anche le innovazioni (qualche ritmo sintetico, qualche effetto) finiscono per perdere rilievo davanti a canzoni rotonde e dirette, figlie della tradizione come del rock sbilenco e acido, che conquistano col tempo, senza effetti speciali. Certo, i gironi della gloria, quelli delle “Trinity Sessions”, sono passati, ma la passione e il mestiere che illuminano le canzoni sono più che abbastanza per arrivare alla prossima stazione. (Marco Sideri)
CD in vendita da Disco Club al prezzo di € 18,50
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Image “Songs To Remember”, canzoni da ricordare, era il titolo di un disco degli Scritti Politti. Si ascolta musica soprattutto per ricordare delle canzoni e in “23”, nuovo album dei Blonde Redhead, anche dopo diversi ascolti è arduo mandarne a memoria qualcuna. Non che l’album sia brutto, però la scelta di levigare i suoni all’interno di un indie-pop un po’ distorto un po’ trasognato (My Bloody Valentine più Cocteau Twins vent’anni dopo?) fa sì che l’insieme risulti sin troppo uniforme. Se “Melody Of Certain Damaged Lemons” (2000) chiudeva in modo affascinante la fase ‘difficile’ del trio italo-giapponese e “Misery Of A Butterfly” (2004) fondeva bene dolcezza (finta?) e paranoia (vera?), questo nuovo disco sembra troppo compiacersi delle sue belle forme e ritrova un po’ di poetici squilibri solo in “SW” e “Spring And By Summer Fall”. (Antonio Vivaldi)
CD in vendita da Disco Club al prezzo di € 17,50
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Image Niente torta per il sessantesimo compleanno della Smith, ma una bella riunione tra vecchi amici per suonare le canzoni di una vita mentre la data fatidica si avvicina. Così, assieme a Lenny Kaye, Jay Dee Daugherty e Tony Shanahan, incide una dozzina di cover di brani molto famosi: da Hendrix a Young; dai Beatles agli Stones e così via. Nelle intenzioni c’è la voglia di rendere omaggio ad amici e maestri con il piglio e l’energia di sempre. Tutto fila liscio finché si tratta di Doors o Dylan, mentre con Paul Simon o gli Allman Brothers qualcosa non torna. Il picco del disco è raggiunto dalla scarna cover di “Smells like teen spirit” dei Nirvana, con tanto di banjo e intermezzo vocale salmodiante, ma stupisce anche l’inaspettato brano dei Tears for Fears, “Everybody wants to rule the world”. (Fausto Meirana)
CD in vendita da Disco Club al prezzo di € 19,90
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Image Non ha neanche più senso parlare di “ritorno”, a proposito di un nuovo album di Grant Lee Phillips. È difatti ritornato con regolarità, fin dallo scioglimento dei suoi Grant Lee Buffalo, indimenticabili artigiani della melodia. Ogni volta, ad ogni prova solista, tocca ripetere la stessa solfa: buon disco, bellissima voce (di quelle che si ricordano e riconoscono), quanti ricordi, ma l’ispirazione, la verve degli esordi, quella non si trova più, nelle ballate elettroacustiche di Mr. Phillips. Sospese come sono tra rock e tradizione, tra morbidezze sonore e svolte improvvise, ospitate di primo piano (Peter Buck di casa REM) e ordinaria amministrazione. Non fraintendete: il disco è buono e, a tratti, è pure ottimo. Ma non è quello di cui, abbiamo le prove, Grant Lee sarebbe capace. È una versione light. (Marco Sideri)
CD in vendita da Disco Club al prezzo di € 18,50
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ImageCominciamo a dire un cosa semplice ma purtroppo mai scontata come dovrebbe essere. Non esiste jazz senza blues, non esiste rock senza blues, rhythm & blues e jazz. Come dire che senza Robert Johnson e Charlie Christian non avremmo avuto un Jimi Hendrix o che in mancanza di un T-Bone Walker e un B.B. King staremmo ancora aspettando un David Gilmour o ancora che prima di Mick Jagger e Keith Richards sono esistiti i Chuck Berry, i Little Richard e i Bo Diddley: l’elenco potrebbe andare avanti a lungo, portando innumerevoli esempi su e giù per la scala del tempo che ha scandito i percorsi affascinanti della musica popular. Quando Dave Swarbrick e Richard Thompson confezionavano per l’indimenticabile voce di Sandy Denny ballate epocali come Crazy Man Michael erano ben consci di tutto questo. L’intento era quello di unire alle estetiche del rock e del blues la tradizione del folk inglese per valorizzarla e renderla più viva senza vuoti conservatorismi. È una lezione mutuata dalla storia del jazz, musica il cui DNA ha sempre previsto la costante reinvenzione della tradizione, come da antiche logiche di derivazione africana.

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ImageIn questo sito si è già parlato in una recensione brillante di Joanna Newsom e di Ys, il suo ultimo lavoro discografico uscito lo scorso autunno. Riteniamo, però, utile soffermarci ancora sull’argomento, data la strabiliante originalità e arditezza del progetto di questa giovanissima arpista, qui solo al secondo disco di un percorso artistico che appare già luminoso e in grado di stupire ad ogni tappa. Difficile trovare nel panorama pop internazionale qualcosa cha abbia il sapore della sorpresa, del mai udito e allo stesso tempo così in grado di intrecciarsi profondamente con tutto quanto lo ha preceduto. Come dire che tutto si tiene e tutto scorre. Piacere sinestesico, perché anche la copertina, come conviene ai grandi dischi, per quanto manieristica possa sembrare cattura per sensualità, magia e magnetismo. Sembra un quadro di Leonardo Da Vinci o uno dei tanti autoritratti di Joni Mitchell, o una scena di Funny e Alexander di Bergman, o la copertina di un qualsiasi disco del folk rock inglese che fu (ci viene in mente Bridget St. John) o la Baccador del Signore degli Anelli che flirta con il John Barleycorn dei Traffic e molto altro ancora, senza temere accuse di eccessiva visionarietà.

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