Rock

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Image “The Boy With No Name” è il nuovo e quinto album dei TRAVIS, band scozzese di Glasgow che ha venduto milioni di dischi in tutto il mondo, vinto, per ben 2 volte, il Brit Award come British Best Group e, come dice lo stesso Chris Martin, ha inventato i Coldplay.
Anche in Italia godono di molto seguito, grazie a bellissimi dischi come “The Man Who” e “The Invisible Band” e successi del calibro di “Sing” e “Why Does It Always Rain On Me ?”.
Non c’è alcun dubbio: anche “The Boy With No Name” è un eccellente album, frutto di una band che nel genere Pop non conosce rivali.
CD in vendita da Disco Club a partire da venerdì 04/05 al prezzo di € 19,90.
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Image Un lavoro atteso da più di 4 anni. Grande debutto solista della cantante che ha raggiunto il successo planetario come l’anima dei  Cranberries, una band che ha dominato la scena pop-rock degli anni ’90 con 50 milioni di copie vendute nel mondo.
Dodic brani prodotti da Youth (U2, Mc Cartney, Verve, Primal Scream) e da Dan Broadbeck, In cui lo stile musicale dei Cranberries incontra l'affascinante prsonalità di Dolores.
Il primo singolo tratto dall’album, “Ordinary Day”, è al n° 10 nella classifica dei brani più suonati in radio!
CD in vendita da Disco Club a partire da venerdì 04/05 al prezzo di € 19,90.
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ImageUna certa esagitazione espressiva sembra essere caratteristica dei tre più brillanti giovanotti alt-rock di questi tempi: Conor Oberst, Ryan Adams e Devendra Banhart. Come a dire, molto talento non sempre ben gestito. Dei tre, quello a cui si possono più facilmente perdonare gli eccessi creativi è proprio Oberst. I suoi dischi a nome Bright Eyes sono andati in crescendo fino al torrenziale e monumentale “Lifted, Or…” (2002), dopodiché le uscite gemelle del 2005, “I’m Wide Awake, It’s Morning” e “Digital Ash In A Digital Urn”, avevano fatto pensare a un artista vittima di troppo autocompiacimento. L’anno scorso, un disco live (“Motion Sickness”, bello) e  un’antologia di rarità (“Noise Floor”) sembravano ulteriori indicazioni di una stasi creativa. Oggi, l’uscita di “Cassadaga” dimostra che Oberst non ha perso il suo estro e che, se difficoltà esistevano, erano di ordine psichico piuttosto che artistico.
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ImageLa cornetta aliena sapientemente alternata ad un uso minimale dell’elettronica fanno di Rob Mazurek uno dei musicisti più interessanti dell’attuale scena “di confine”, dove svaniscono i legami di appartenenza tra note popular, jazz, ricerca. In fin dei conti lui, il leader dei magnifici Chicago Underground è, assieme al giovanissimo Corey Wilkes, il vero erede delle spericolate avventure sonore di Lester Bowie, dove è bandito ogni uso “regressivo” della tradizione. Mazurek è a capo anche di questo splendido progetto orchestrale, davvero una fertile “terra di nessuno” dove si incrociano le rotte più disarticolate del postrock chiacagoano, le fiere istanze della “great black music” con i suoi collettivi frementi, e si mettono in conto, anche, ricordi vividi dello space rock, i riverberi “ambientali”, i non-luoghi musicali del glorioso e attempato kraut rock. John McEntire, Jeff Parker e John Herndon dei Tortoise danno una bella mano. E il flauto gentile e straniato di Nicole Mitchell (Frequency) rilancia antichi aromi straniti à la Sun Ra. (Guido Festinese)

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ImageDean Wareham, già al timone dei Luna e ancor prima nei Galaxie 500, e Britta, Phillips, anche lei Luna occasionale, si amano. E mica per scherzo: si sono sposati durante le registrazioni di questo disco, il secondo all’attivo per la sigla D&B. In conseguenza, l’atmosfera che permea le canzoni è lieve e romantica: voci che s’intrecciano, gentili intrusioni elettroniche, toni generalmente soffusi. Pop, dunque, a volergli trovare un nome, ma tutt’altro che buttato via: le impalcature di suono e melodia arrivano all’orecchio curate e complesse, l’ispirazione (tra cover e brani originali) è solida e coinvolgente, il tasso melodico elevato e mai zuccheroso. Da queste parti dei Luna non ci siamo mai lamentati, ed è un piacere incondizionato ritrovare un po’ della loro quieta psichedelia a casa dei novelli sposini. (Marco Sideri)

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ImageUn collettivo che si chiama "Martins 4" è già, per definizione, impressionante. Il primo dei Martin, tutti chitarristi acustici, è nientemeno che Martin Carthy, un mito nella storia del folk inglese coi suoi 40 anni di carriera sulle spalle. Juan Martin invece è un andaluso noto nel mondo per la capacità di suonare il flamenco con accenti energici e chitarra elettroacustica. Martin Simpson è un musicista più difficile da definire, il suo stile è un incrocio tra una slide guitar del Mississipi e le ballad inglesi: nel cuore ho ancora "A cut above", il 33 realizzato con June Tabor. Infine c'è Martin Taylor, apprezzabile e raffinatissimo chitarrista jazz. Questi quattro personaggi non si sono incontrati per caso: il CD è un live, frutto di un lavoro lungo e collaborativo. Chi è andato al Royal Concert Hall di Glasgow, quella sera d'autunno del 2005, ha capito di avere di fronte un collettivo e non quattro individualità: fuori faceva freddo e pioveva, dentro si stava bene, gli applausi erano pieni di calore. (Agostino Roncallo)

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