Rock

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Image Gli inglesi Bookhouse Boys prendono il nome da una omonima, immaginaria società segreta che nel serial Twin Peaks combatte contro le tenebre. Esordiscono con un disco che mescola influenze diverse in un amalgama riuscito; Nick Cave è certamente un punto di riferimento costante (sentite I Can't Help Myself), anche se la voce del cantante, multistrumentista e compositore Paul Van Oestren ha toni baritonali più dolci, che richiamano a tratti anche Stuart A. Staples. Ma i Bookhouse Boys sembrano amare molto anche le orchestrazioni mariachi ed Ennio Morricone, cui pure si richiamano: cosa non difficile per una band di nove elementi, nella quale non mancano fiati e accordéon. Diverse canzoni superiori alla media (l'iniziale, esplosiva Dead su tutte) e una personalità già definita fanno sì che i 40 minuti di questo esordio trascorrano senza un attimo di noia. (Marina Montesano)

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Image Da alcuni anni Jo Freya aveva deciso di lavorare sul repertorio di Lal Waterson, grazie alla collaborazione di Oliver Knight che di Lal è stato collaboratore. Per dare vita a un lavoro che di Lal avesse il respiro, Jo Freya ha deciso allora di radunare alcuni dei musicisti con i quali questo artista aveva collaborato ed esattamente la sorella Fi Fraser (Old Swan Band), Mary Macmaster (Poozies) straordinaria all'arpa elettrica, Neil Ferguson e Jude Abbott (Chumbawamba), Jim Boyes (Coope, Boyes & Simpson) e Harry Hamer (Sex Patels) le cui percussioni dialogano in modo formidabile con la ritmica dell'arpa. Ne è nato un album formidabile e imperdibile, pubblicato da quelli della cooperativa No Masters e registrato in studio da Neil Ferguson che ha collaborato anche alla produzione. (Agostino Roncallo)

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Image Anno che passa, Ani che trovi. La DiFranco non è certo stata parca nel condividere la sua musica con il pubblico (nel suo caso sarebbe più appropriato parlare di tribù). Fin dai nudi esordi per voce e chitarra, la ragazza di Buffalo ha pubblicato (attraverso canali più o meno “ufficiali”) una quantità impressionante di album, riuscendo però raramente a restituire in studio il talento coinvolgente che caratterizza i suoi concerti. “Red Letter Year” mette a fuoco alcune Ani del passato, presentando un’essenza coerente e uniforme: registrato a New Orleans, è un disco curato (nei suoni e nella scrittura), posato (nei toni, con qualche sbuffo funk e qualche fiato a smuovere la superficie), ispirato (soprattutto nelle parole). Di sicuro, una tappa che ricorderemo nel percorso variopinto della protagonista. (Marco Sideri)

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Image L’espressione “disco nuovo dei Lambchop”, da qualche anno a questa parte, suona un pochino storta. Di “nuovo”, infatti, spesso non c’è molto. Dopo l’ottovolante stilistico dei primi dischi (country, soul, pianoforte, fiati, rock indipendente), il collettivo capitanato da Kurt Wagner si è fermato dalle parti di una autorialità raffinata, melodica e tesa, che fa riferimento soprattutto a se stessa. Detto questo, chi si è stufato non fa un buon affare. OH pur senza rivoluzioni riesce a incantare con le sue ballate precise e romantiche, cedendo ogni tanto alla (benvenuta) tentazione di accelerare il ritmo e alleggerire la formula. Oramai i Lambchop sono veterani, e come tali si muovono: con il passo esperto di chi sa quello che suona, la voce di Mr. Wagner che rimane lo splendido filo rosso attraverso gli anni e i dischi. (Marco Sideri)

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Image Le autrici/cantanti grossomodo folk che hanno affollato negli ultimi anni l’orizzonte musicale si possono dividere, a grandi linee, in due categorie: le terrene e le eteree. Legnose matrone o sirene incantate. Juana, come conferma quest’ultimo “Un dia”, appartiene alla seconda, ma è solo un punto di partenza. Infatti l’immaginario (sonoro) cui questo disco si appoggia non viene, come al solito, dall’America o dalle isole britanniche, ma dalla natia Argentina con le sue nenie incantate; tutta un’altra tradizione. Miss Molina ne offre una versione moderna, figlia in spirito del taglia & cuci elettronico piuttosto che della ballata dei padri; la voce appare e scompare dalle tracce, la chitarra ricama melodie, un panorama sotterraneo di suoni e effetti incornicia il tutto. Un album diverso e (anche) per questo prezioso. (Marco Sideri)

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ImageIl “disco finito 38 anni dopo” resta ancora un disco non finito, però è bello poterlo ascoltare. I Fotheringay durarono poco e si sciolsero per un misto di sfortuna, ambizioni malriposte e stile di vita caotico. Si lasciarono alle spalle un primo album pregevole ma alterno (Fotheringay) e questo seguito che, ora lo sappiamo, ne avrebbe ripercorso le tracce. Le session di 2 iniziarono a fine 1970, furono interrotte per le vacanze natalizie con l’obbiettivo di riprenderle a inizio 1971. Peccato che a quel punto la cantante e principale compositrice del gruppo, Sandy Denny, avesse deciso di dedicarsi alla carriera solista Come una casa abbandonata e poi razziata alla rinfusa, Fotheringay 2 avrebbe fornito materiale per diversi dischi successivi: quelli di Sandy, ovviamente, ma anche quelli dei Fairport Convention, in cui sarebbe entrato un paio d’anni dopo Trevor Lucas, l’altro cantante e compositore dei Fotheringay. Un paio d’anni orsono, il chitarrista del gruppo Jerry Donahue ha deciso di recuperare tutti i nastri esistenti del disco fantasma, ha sovrinciso qualche parte strumentale agli altri due componenti superstiti, Pat Donaldosn (basso) e Gerry Conway (batteria), e alla fine ha messo insieme un lavoro credibile e piacevole, anche se incompleto (manca il tradizionale Lowlands Of Holland che – come dimostrano le BBC Sessions – Sandy cantava magnificamente).

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