Rock
I Fuck Buttons sono due, e percorrono senza remore la strada fluida e tortuosa che fu dei primi Mogwai: musica insieme libera (nella struttura, nell’incedere) e rigorosa (nell’aggressione alternata dei suoni, nei particolari). Questo esordio, se non si può consigliare a cuor leggero a chiunque, visto il linguaggio musicale assai lontano dal pop, di certo segna un inaspettato ritorno di forma per un genere (il rock strumentale e “alternativo”) che negli ultimi anni si è diluito in troppi dischi simili e senza personalità. “Street Horrrsing” è un percorso avvolgente attraverso rumore e melodia, dosati con gusto e precisione invidiabili; le lunghe canzoni si legano in un unico panorama, impervio ed accogliente quanto basta. Se non avete paura di imboccare sentieri laterali nel bosco della musica di oggi, non resterete delusi. (Marco Sideri)
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I Kinks sono uno dei più grandi gruppi della storia del rock e Ray Davies è un genio (sostenere che, a livello di composizione, se la giocasse alla pari con Lennon e McCartney – presi singolarmente s’intende – non è una boutade) . Questo significa che se proprio viene voglia di acquistare un cofanetto (una volta all’anno, una volta nella vita) Picture Book rappresenta una scelta quasi obbligata. Sei cd, 137 pezzi, un percorso che parte nel 1963 e finisce nel 1996 (ma si parla da qualche mese di riunione...). Qualcuno ha scritto che la debolezza del lavoro sta proprio in questa dilatazione temporale, nel troppo spazio dedicato alle alterne fortune artistiche e commerciali del periodo post-1975. E’ vero che i primi tre cd e la parte iniziale del del quarto sono belli da far paura, dopodiché il livello cala, ma anche il Ray Davies di canzoni come Misfits o Phobia sa essere melodista sentimentale e incisivo e poeta ironico e affettuoso. Se poi si ritorna indietro a meravigliosi quadri di englishness totale come Well Respected Man (degna di Joe Orton) o Waterloo Sunset (degna di Wordsworth) e si pensa che furono creati da un ventenne proletarissimo cresciuto in un contesto non esattamente colto, allora commozione e ammirazione sono d’obbligo. Lo stesso vale per canzoni meno note ma altrettanto affascinanti (Two Sisters, Days, Do You Remember Walter?) o per certi demo acustici del ’63-’64 (in particolare I Go To Sleep) in cui Ray Davies sembra anticipare in malinconia e introspezione addirittura Nick Drake. Come al solito abbiamo dimenticato l’altro Davies, il fratello cattivo che “si scopava tutto quanto si muoveva e prendeva a pugni tutto quanto stava fermo”). Dave lascia un segno forte solo in due momenti, il riff chitarristico di You Really Got Me e la melodia straziante di Death Of A Clown, ma bastano quelli perché un posto nella storia se lo guadagni pure lui. Unica critica al cofanetto è il suono pessimo di certi pezzi (segnatamente Dedicated Follower Of Fashion e King Kong) che avrebbero potuto essere almeno un minimo rimixati (Antonio Vivaldi)
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