Rock

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Image Album di debutto per le svedesi, poco più che adolescenti, Those Dancing Days, formatesi nel 2001 e con un E.P. all’attivo. Una girls band che attinge al meglio del brit pop con influenze indie del nordeuropa. Non siamo di fronte alle ennesime Spice Girls, le ragazze propongono un genere pop-rock leggero e genuino, dimostrando comunque una padronanza strumentale e vocale che lascia ben sperare. Non siamo nemmeno di fronte ad un capolavoro, In Our Space Heroes Suits è un disco allegro, disimpegnato che riesce a svagare dal primo ascolto. Brani spediti e diretti, alcuni particolarmente azzeccati, come i singoli Hitten e Home Sweet Home, altri un po’ più inconsistenti, ma come prima prova, e vista la giovanissima età del gruppo, possiamo benissimo indulgere e aspettare la prossima. (Mauro Carosio)

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Image Menestrello del deserto, Raymond Raposa, aka Castanets, è giunto con City of Refuge al suo quarto disco in quattro anni. Girovago fin dall’adolescenza (a 15 anni lasciò la scuola per girare l’America in Greyhound) ha dedicato la sua esperienza musicale ad esplorare gli angoli più reconditi e bui del folk tradizionale, accompagnato di volta in volta da diversi musicisti del panorama dell’indie folk (tra cui Black Heart Procession e Sufjan Stevens). Registrato in una stanza di motel nel bezzo del Nevada, City of Refuge trasmette appieno un senso di narcolettico smarrimento sospeso tra derive minimal elettriche e banjos tradizionali. Seppur non immediato e pulito, il suono di Raposa rapisce e ipnotizza per la sua semplicità ed essenzialità. Nulla di meglio per iniziare l’autunno. (Giovanni Besio)

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Image A volte succede: si mette via il nostro maglione preferito a primavera e quando in autunno si tira fuori dall’armadio lo si guarda con occhi diversi; i disegni a rombi sembrano improvvisamente demodé e anche il colore non convince più. Con il nuovo disco dei fratelli Düne, a due anni dal precedente “Giant” che tanto aveva convinto, accade la stessa cosa. La formula è identica, una miscela di folk, pop, calypso, con un fondo country & western più accentuato. Eppure qualcosa non torna: se “My Home Is Nowhere Without You” apre il disco con piglio ironico e convincente, già dalla successiva “Try To Think About Me (Don't Worry A Bit)” i brani scivolano come un’interminabile litania. Tanto che con un ascolto distratto si corre il rischio di non accorgersi di essere arrivati alla fine. (Danilo Di Termini)

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Image La voce di Lucinda Williams è quella di sempre, luminosa e oscura, capace di cogliere sottigliezze emotive e inquietudini profonde. Little Honey, ultimo album della song-writer americana, trova nelle qualità vocali dell’artista uno dei suoi aspetti più pregevoli, ma certo non l’unico. Ciò che colpisce, oltre all’attenzione con cui l’autrice canta le ragioni di chi è rimasto inesorabilmente escluso dal Sogno Americano, è il sound eterogeneo e suggestivo. Le ballate elettriche (Little Rock Star, Honey Bee) si fondono con le atmosfere notturne di Rarity e con il languido blues di Tears Of Joy. Little Honey è un bel viaggio attraverso la cultura musicale degli Stati Uniti, al quale hanno preso parte anche Elvis Costello, Matthew Sweet e Charlie Louvin. (Ida Tiberio)

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Image Punk’s Not Dead, si urlava negli anni ’80, e ascoltando i Fucked Up si può dedurre che ancora oggi goda di ottima salute. La band americana non ci fa rimpiangere i tempi d’oro del movimento e in più lo riattualizza con sonorità contemporanee. Nati nel 2001, all’attivo una notevole mole di dischi, con The Chemistry Of Common Life i Fucked Up si confermano come uno dei gruppi hardcore più vivaci degli ultimi anni; undici brani che non lasciano respiro, chitarre distorte e percussioni che incalzano senza tregua. Dal vivo sono irresistibilmente cattivi e “spaccano” anche nel senso proprio del termine: famose le richieste di danni dopo i loro concerti. Grande la voce e la personalità del frontman Damian Abraham, un irrefrenabile ciccione che on stage non lesina ….. spogliarelli! (Mauro Carosio)

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Image Al contrabbassista Charlie Haden, già fulcro ritmico del gruppo di Ornette Coleman e poi leader della Liberation Music Orchestra, va il premio per il disco più inaspettato dell'anno con questa celebrazione del lato 'roots' della sua precoce educazione musicale. Qui si scopre che Haden è praticamente nato in una stazione radio dedicata ad artisti come la Carter Family e Chet Atkins. Con l'aiuto della moglie Ruth e dei figli Petra, Rachel, Tanya e Josh, il jazzista abbandona ogni sperimentalismo per adottare i semplici giri di basso del bluegrass o del country ed accompagnare le voci degli ospiti in un sentito omaggio alla tradizione americana, cantando egli stesso l'epica 'Shenandoah'. Aiutano la famiglia Haden, tra gli altri, Bruce Hornsby, Pat Metheny, Elvis Costello e Rosanne Cash. (Fausto Meirana)

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