Rock

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THE DEATH SET – Michel Poiccard

Che c’entra Michel Poiccard con i Death Set? Io direi proprio niente, anche perché accostare la raffinatezza e l’estetica godardiana ai suoni sporchi e scanzonati del terzetto d’Australia è un’operazione veramente creativa. Trasferitisi definitivamente da Sidney a New York, passando per Baltimora dopo l’esperienza di un tour negli USA fatto a bordo di un pullmino da 100$ carico di sette pollici, i Death Set hanno spopolato ed entusiasmato frotte di pubblico grazie ai loro show, accozzaglia travolgente di punk, hip pop e sample elettronici alla Dan Deacon. La morte di Beau Velasco (mente del gruppo assieme a Johnny Sierra) ha reso la realizzazione di Michel Poiccard cruciale per lo spirito e l’atteggiamento del gruppo: più che un album a memoria, sembra di avere di fronte un saluto corale di amici che si lasciano gioiosamente. Travolgente fin dall’inizio, Michel Poiccard regge appieno la tensione di un fin troppo ovvio confronto con i Beastie Boys di Sabotage. (Giovanni Besio)

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FRANKIE & THE HEARTSTRINGS - Hunger

Sono così rari i dischi in cui ogni canzone è un potenziale singolo che è davvero una gioia poterne ascoltarne uno. E' il caso di Hunger, opera prima di Frankie & The Heartstrings. Nella musica del quartetto influssi e citazioni sono ben percepibili e vanno dagli Orange Juice (non a caso produce Edwyn Collins) ai Dexys Midnight Runners ai Cramps, ma la brillantezza delle melodie è tale da rendere superflua ogni considerazione a proposito di originalità o meno del suono. Ciò che si ascolta qui è l'ennesima dimostrazione di quanto la Scozia musicale non sia solo la patria delle cornamuse ma anche di un suono pop del tutto peculiare: vitale, sudato e con un piccolo sottofondo malinconico. Se Let England Shake di PJ Harvey già si candida a miglior disco ‘serio’ del 2011, Hunger rischia di trionfare nella classifica del più trascinante. (Antonio Vivaldi)

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COVENANT – Modern Ruin
Ritorna dopo un lustro di silenzio il trio elettronico svedese, che può così festeggiare alla grande un quarto di secolo di vita (essendosi costituito nel 1986). Molta acqua è passata sotto i ponti: il gruppo fa infatti tesoro delle esperienze trascorse (l'ambient di Dreams of a Cryotank, 1994; l'industrial di Sequencer Beta; il synth-pop di Europa, 1998), per trasfigurarle in una luce nuova e attualissima. In questo loro settimo lavoro di studio i Covenant definiscono una volta per tutte le coordinate in cui si muove il loro future pop. C'è qualcosa di dark, qua e là, tra questi solchi laser, qualcosa dei tedeschi Camouflage. Tuttavia, il suono dei Covenant è più nord-europeo: freddissimo, squadrato, marziale, eppure melodico e avvolgente nell'insieme, a tratti atmosferico e contraddistinto da un superbo uso del vododer. Impeccabile poi l'incisione di Modern Ruin, che si candida a punto di riferimento per la nuova elettronica del terzo millennio. Promossi a pieni voti, come, d'altra parte, è quasi sempre accaduto ai tre musicisti scandinavi. (Davide Arecco)
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ARBOURETUM -  The Gathering
La lista di padri o patrigni musicali di questo The Gathering potrebbe non avere mai fine: Neil Young e i suoi Cavalli pazzi, Richard Thompson, persino certo antico Will Oldham (nella apparente fragilità delle parti vocali). Ma raccontare/giudicare il disco guardando indietro o agli altri sarebbe un errore. The Gathering si difende egregiamente da solo. 7 lunghe ballate dall'ossatura folk (con una preferenza per la melodia britannica) attraversate da un'elettricità satura e moderna. Da una parte la scrittura, solida e rassicurante, a tratti luminosa; dall'altra il suono, spesso e corposo, vero protagonista sulla scena. E così lunghi intermezzi strumentali spezzano il filo delle canzoni, elettriche e tastiere si impastano con la sezione ritmica, la nostalgia del folk spazzata via nel rumore intorno.. In due parole: dei finti conservatori. (Marco Sideri)
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BRIGHT EYES – The People's Keys

Con i suoi 31 anni compiuti lo scorso 15 febbraio, giorno di lancio di The People's Keys, Conor Oberst è già un veterano della scena musicale; nel 2002 usciva infatti Lifted, il disco che cominciò a dare notorietà al suo progetto Bright Eyes, e che da molti è ancora considerato la sua prova migliore. Negli anni successivi l'immersione in un suono più ancorato alla tradizione americana ne ha in qualche modo cambiato il profilo. Il nuovo LP potrebbe sembrare una somma delle esperienze maturate sinora: echi dei primi dischi, che non si ascoltavano da tanto, fanno capolino in brani come Approximate Sunlight (il migliore della raccolta) e Ladder Song; altrove, alcuni cenni rinviano al sottovalutato Digital Ash in a Digital Urn, uscito nel 2005 insieme al più celebrato I'm Wide Awake, It's Morning.  L'insieme ha però una sua unità e la qualità della scrittura non delude, anzi il parziale ritorno al passato significa anche un ritorno a una dimensione più personale, meno di genere. (Marina Montesano)

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SIX ORGANS OF ADMITTANCE - Asleep On The Floodplain

Asleep On The Floodplain è il nuovo album di Six Organs Of Admittance, un disco dove la natura acustica di Ben Chasny prende il sopravvento. Messi da parte gli arrangiamenti complicati e cupi che hanno contraddistinto Luminous Night del 2009 con il nuovo album il profeta dello psych-folk torna a suonare la chitarra e pochi altri strumenti : un computer ed un harmonium. Un disco intimista con dei testi costellati di ricordi e riferimenti autobiografici.

CD in vendita da Disco Club a partire da martedì 1 marzo 2011 al prezzo di 17,50 €

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