Rock

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KURT VILE - Smoke Ring For My Halo

Smoke Ring For My Halo è uno di quei dischi svaccati da America alternativa, ma non troppo. Un disco da cantautore, in un certo senso, pervaso però dall’indolenza indie rock; da quel senso di casualità e disordine tanto caro agli anni 90 USA. Quello che lo rende diverso, e lo eleva una spanna sopra la nutrita concorrenza, è la scrittura di Kurt che, da fenomeno sotterraneo, troviamo oggi alle prese con arpeggi byrdsiani, melodie cristalline, canzoni dolci che solo raramente (Puppet To The Man) cedono all’elettricità e a distanti ricordi Lou Reed. Il disco dunque ha le carte in regola per fare contenti tanto i cultori della canzone classica, quanto i fan della melodia sbilenca. E poi, siamo sinceri, con un nome (non è d’arte) così perfetto, Kurt Vile è nato per il rock’n’roll o, in alternativa, per fare il cattivo in qualche fumetto. (Marco Sideri)

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OBITS - Moody, Standard And Poor

Quando Gian mi ha appioppato "Moody, standard and poor" degli Obits non avevo la benché minima idea di trovarmi di fronte a un supergruppo formato da ex componenti di Pitchfork, Drive Like Jehu e Hot Snakes (come mi informa Wikipedia). E se ci mettete anche il fatto che, a causa della mia infinita incompetenza musicale, ignori persino chi fossero queste illustri band precedenti, potrete capire facilmente lo stato d'animo con cui mi sono messo ad ascoltare questo disco. Un approccio totalmente neutro. Come se si trattasse di un vero e proprio esordio (e invece no, i nostri hanno pure pubblicato un primo album nel 2009, che pare abbia fatto fuoco e fiamme). Comunque: fatte le dovute premesse, questo nuovo lavoro della band (superband, pardon) newyorkese altro non è che l'ennesima variazione sul tema garage moderno, spruzzato con un pizzico di indie-rock che sembra davvero duro a morire di questi tempi. Per carità, il cd, nell'insieme, viaggia abbastanza bene: belle chitarre, voce stridula ma ruvida e ritmi pulsanti (l'opener "You gotta lose" sa il fatto suo). Ma quello che manca, secondo me, è l'acuto (non vocale, per carità) che divide i dischi carini da quelli sensazionali. Ecco, "Moody, standard and poor" – un titolo davvero al passo con i tempi – forse difetta proprio di questo. Ed è un vero e peccato, perché gli spunti interessanti ci sono tutti. Ma proprio quando sembra che le cose girino per il verso giusto, l'album stenta a decollare. Diciamo che fra le dodici tracce del disco, più o meno la metà producono quella vibrazione giusta che ti porta ad alzare il culo dalla sedia e nell'imbarazzo generale ti costringe a ballare come un cretino in salotto (vedi "Shift operator" e "New August"), mentre l'altra metà puzza un po' di riempitivo e ti tiene saldamente incollato al divano. A chi interessasse, poi, in "Spot the Pikey" gli Obits duettano persino con gli Unnatural Helpers (ok, mi avete beccato non conosco neppure loro). Mentre l'intero album è dedicato alla memoria di Andy Kotowicz, direttore marketing della Sub Pop Records (la gloriosa casa discografica di Seattle che li ha presi sotto la propria ala), figura chiave della scena grunge anni Novanta e vittima di un incidente stradale lo scorso 24 ottobre. Tornando alla musica, in buona sostanza: quando i nostri suonano garage senza troppe menate per la testa il risultato è ben sopra la media (da Sub Pop, insomma), quando invece indulgano sul loro lato indie-rock le cose prendono una piega più monotona e stanca. Magari prima di compralo chiedete a Gian di farvelo ascoltare per qualche minuto. E poi se vi piace, mandatemi pure a quel paese. (Diego Curcio)

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BILL CALLAHAN – Apocalypse
Più vicino a A River Ain't Too Much To Love, uscito con lo pseudonimo Smog, che alla prova più recente come Bill Callahan, Sometimes I Wish I Were An Eagle, del 2009, Apocalypse si apre con la bellissima Drover e prosegue con altri 6 sei lunghi brani, che spaziano dalla pacata ballata Riding For The Feeling (che non spiacerebbe ai Lambchop) alle forme vagamente jazzate di America! e Free's. Come nel quadro di Paul Ryan, Apocalypse At Mule Ears Park, preso in prestito da Callahan per la copertina, l'apocalisse del titolo è in apparenza un paesaggio placido, ma testi e musica parlano di un'America inquieta proprio nella sua dimensione rurale, in apparenza più sicura di sé e delle proprie certezze. Niente di straordinariamente nuovo, se vogliamo, ma un'altra opera riuscita da un artista che ha ormai elaborato uno stile personale di alta caratura. (Marina Montesano)
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EXPLOSIONS IN THE SKY - Take Care, Take Care, Take Care

Tornano dopo quattro anni di silenzio i Texani Exlposions In The Sky che senza dubbio rappresentano una delle band più rappresentative a livello mondiale del genere Post Rock insieme a band come Mogwai. E Godspeed You! Black Emperor. In Italia hanno un grandissimo seguito "Take care, take care, take care" è il loro sesto album ed è stato prodotto dagli stessi EITS, con la collaborazione di John Congleton (Paper Chase, Modest Mouse, Roots, Smog). Attivi dal 1999 sono ormai una realtà solida ed infatti a partire dal web ed in tutta la stampa specializzata il tam tam su questo
disco fa capire che l’attenzione e le aspettative nei loro confronti sono altissime!

CD in vendita da Disco Club a partire da martedì 19 aprile 2011 al prezzo di 17,50 €

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CHAPEL CLUB – Palace

 

Capita spesso di ascoltare dischi d'esordio che partono in quarta e si spengono ancor prima di arrivare alla metà; insomma tre-quattro singoli, poi solo riempitivi. Il quartetto londinese dei Chapel Club, invece, con una scelta a dir poco insolita, lascia il meglio alla fine: O Maybe I e All The Eastern Girls appaiono al nono  e al decimo posto nella scaletta e sono entrambe due canzoni brillanti, che qualificano Palace come un esordio di grande interesse per una band in grado di scrivere melodie che conquistano. Altrove la scrittura è più alterna; a volte incisiva, altre più di genere, nello stile degli Editors e dei White Lies (o di Echo & The Bunnymen molto prima), ma senza suoni troppo pompati, con uno stile forse non ancora del tutto definito, e tuttavia non privo di promesse. Insomma gradevole nell'insieme e alla fine quasi esaltante. Chissà che la scaletta non sia stata studiata con cura. (Marina Montesano)
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NOAH AND THE WHALE - Last Night On Earth

Last Night On Earth, è il terzo e nuovo album degli inglesi Noah and the Whale che insieme ai Mumford & Sons sono considerati la punta di diamante della rinascita di un folk Inglese che meritatamente raggiunge anche il grande pubblico grazie ad una spiccata propensione a confezionare delle ottime canzoni Pop. I NATW sono formati Charlie Fink alla voce e alla chitarra, Matt “Urby Whale” Owens al basso, Doug Fink alal batteriaTom Hobden al violino. Il successo arriva immediatamente con il loro disco di esordio: Peaceful, The World Lays Me Down del 2008 entrato nella classifica dei 100 migliori album di Billboard. Last Night On Earth sembra proprio che stia piacendo molto in Inghilterra infatti il loro primo singolo. L.I.F.E.G.O.E.S.O.N è in alta rotazione nelle più importanti stazioni radio.

CD in vendita da Disco Club a partire da martedì 19 aprile 2011 al prezzo di 17,50 €

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