Rock

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ImageI Son Volt sono frequentatori di lungo corso delle “strade blu” d’America; quelle che permettono di arrivare al cuore del Grande Paese senza la mediazione dei tracciati più battuti. Il leader Jay Farrar era l’uno di punta degli eccellenti Uncle Tupelo, quindi non stupisce che le scelte artistiche della band passino attraverso la celebrazione della strada e del suo inossidabile viatico di libertà. American Dust Central (mai titolo fu più evocativo) è un album legato alla migliore tradizione “roots” del rock americano, La bellezza fiera e intensa di Dynamite, la sensibilità sociale di When The Wheels Don’t Move unite alla coraggiosa sincerità di Cocaine And Ashes danno la misura della ritrovata creatività della band.(Ida Tiberio)

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ImageC’è chi sa scrivere belle canzoni e le pubblica nel modo più diretto e nudo possibile. C’è poi chi sa scrivere canzoni altrettanto belle ma, nel presentarle, sceglie percorsi tortuosi, soddisfacendo esigenze (ed ispirazioni) più complesse. È questo il caso di Phil Elverum, in arte prima Microphones poi Mount Eerie. Wind Poems arriva, dopo una serie di pubblicazioni minori, a indicare a che punto sta, musicalmente, Phil. Ed è un bel punto, detto semplice. I brani si dividono tra brevi bozzetti folk e lunghe meditazioni soniche, dove strati di tastiere e interferenze assortite giocano con le atmosfere e le strofe. La sensazione, anche per una discografia complessa come quella di PH, è quella di un disco definitivo, per il momento. Sconsigliato, tuttavia, a fruitori con spiccate preferenze pop. (Marco Sideri)

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ImageSi capisce quando un gruppo è “arrivato” dal fatto cha altri gruppi e altri musicisti vengano misurati con il metro di un semplice paragone. Succede a tutti i classici, e, raramente, a qualche (relativo) nuovo arrivato. Di certo capita ai White Stripes: Siete in due? Chitarra/voce/batteria? Perfetto: i nuovi White Stripes. Non sfuggono alla definizione i SKB, duo chitarra/voce/batteria (Jessica e Andy) da Brooklyn, anche se in questo caso è lei che canta e lui che pesta (i tamburi). Il paragone però racconta solo una piccola parte della storia: Nests (breve e conciso) riporta alla mente la prima PJ Harvey (con un tocco più tradizionale) e alterna aggressioni blues a invocazioni per sola voce e battiti. Non scoprono l’acqua (né calda né fredda), ma è sbagliato liquidarli come “copia di”. Un bel disco. (Marco Sideri)

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ImageIl Blue Ridge Rangers corre di nuovo. Anzi, a tradurre quel “rides” del suo ultimissimo disco, intitolato appunto “The Blue Ridge Rangers Rides Again” (una curiosa allitterazione, a memoria del quasi omonimo datato 1973, primo episodio solista della sua carriera), si direbbe che il buon vecchio John Fogerty (classe 1945, grande ex dei Creedence Clearwater Revival) voglia “gareggiare”, nel cuore dell’arena country. Questa volta lo fa con dodici cover in puro stile: slide guitars, violino country, suoni puliti e squillanti e un paio di amici di sicuro impatto. Don Henley e Timothy B. Schmit degli Eagles per “Garden Party” (pezzo del 1972 a firma di Rick Nelson) e Bruce Springsteen per la conclusiva “When I Will Be Loved” (un classico degli Everly Brothers, interpretato in chiave leggerissima). In mezzo, le belle “I Don’t Care” e “Change In The Weather”. Divertente e spensierato, è il classico disco da viaggio di ritorno. Che ci fa ricordare la vacanza con un sorriso. (Alberto Bruzzone)

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Image“È il posto più distante dove sono mai stato, è una nuova frontiera per me”. Sono i primi, esplicativi versi di “Small Metal Gods”, brano che apre il nuovo disco di David Sylvian (a sei anni da “Blemish” e quattro dal progetto Nine Horses). Insieme a quello che dà titolo e chiude l’album, è anche l’unico a mantenere una forma riconoscibile di canzone, confermando il desiderio dell’ex Japan di spingersi sempre più lontano, incurante dell’aspetto non solo commerciale, ma anche di immediata fruibilità della sua musica. Eppure nei restanti sette frammenti, compresi i dieci minuti di “The Greatest Living Englishman”, la voce di Sylvian, inseguita da un violoncello improvviso, dall’oscillazione di un’onda radio o dallo squarciante soprano di Evan Parker, si trasforma in suono allo stato puro. (Danilo Di Termini)

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ImageDa più di vent’anni la band di Tommy Malone incarna con innegabile dedizione il moderno“sound”di New Orleans, elaborando con spirito appassionato l’immenso patrimonio della musica popolare americana. I Subdudes offrono un fascinoso avvicendamento di blues, folk, song-writing di ottimo livello e rapide incursioni nel jazz. E’questa, a ben vedere, la forza quieta e penetrante dei loro album, e Flower Petals non fa eccezione. Le quattordici ballate dell’album coprono un ampio spettro di “passioni sonore”legate a doppia mandata alla musica delle radici. Shepherd e Wedding Bites sono magnificamente languide e struggenti, The Flower and The Fire è carica di energia blues e Barley In The Silo racconta una storia bella e paradigmatica di disorientamento di fronte alla perdita della propria terra. Flower Petals contiene altri piccoli capolavori; scoprirli sarà un piacere. (Ida Tiberio)

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