Rock

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ImageApprodano al formato lungo dopo un buon mini LP d’esordio (“Love The Cup” dell’anno scorso) gli scozzesi Sons & Daughters. Formazione equilibrata (due maschi/due femmine) e con trascorsi rilevanti (tutti provengono dal sottobosco di Glasgow dove sono nati Mogwai, Arab Strap e Franz Ferdinand), i quattro propongono una miscela ad alto tasso melodico di melodie folk (perlopiù americano) e irruenza punk.
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ImageUna voce calda e notturna che sembra provenire da chissà quali oscuri anfratti metropolitani. E una chitarra che scivola languida e amara come quella di un bluesman o di un musicista country segnato dall’esperienza. Difficile ipotizzare che le caratteristiche appena citate appartengano ad un giovanissimo songwriter del Montana.
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ImageIl dodicesimo disco di Bill Callahan , autoprodotto e registrato con Connie Lovatt ad Austin in Texas, segna la  marcata svolta verso il country da parte uno dei grandi  protagonisti, negli anni novanta, della cosiddetta musica low-fi.  Il disco è interamente pervaso da un alone intimista, reso ancora più evidente dalla compagna di etichetta Joanna Newsom che segue al pianoforte la voce straziante di Callahan mentre intona ballate in riva un fiume. Sono infatti le immagini della natura le protagoniste dei testi di questo album come dimostrano le ballate country “I Feel Like The Mother Of The World”, In The Pines”, “ Drinking At The Dam” , “Rock Bottom Riser” e la finale “ Let Me See The Colts”.
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ImageGià cantante dei Pavement e figura di spicco assoluto nel panorama del rock indipendente americano, Stephen Malkmus arriva con “Face The Truth” al terzo capitolo della sua strada da solista.  A differenza dei dischi precedenti, “Face…” non restituisce l’immagine di uno sforzo diretto solamente ai fan e agli affezionati; le canzoni hanno un respiro ampio e abbracciano le mille facce dell’ispirazione di Stephen. Troviamo ballate sospese e sporche di psichedelia ingenua, esplosioni esuberanti di stampo rock, riflessioni romantiche vicine al cantautorato puro.
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ImageEssere il figlio di un mito collettivo offre numerosi privilegi, ma può anche diventare opprimente. Forse è per questo che Jacob Dylan e i suoi Wallflowers si accostano con riluttanza al mondo poetico e musicale del grande Bob. I loro maestri sono John Mellencamp, Tom Petty, Bruce Springsteen; rockers istintuali e ruvidi che battono senza tregua le strade d’America in cerca d'emozioni.
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ImageEra il 1986 quando uscì “25 O’ Clock” dei Dukes Of Stratosphere (gli XTC in incognito),  definito “esercizio di stile d’altri tempi”. Dopo quasi vent’anni il duo dei White Stripes batte una strada simile, dopo il fortunato “Elephant”, proponendo “Get Behind Satan”, lavoro originale ma anche innegabile fiera dell’antiquariato.

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