Rock

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DEAN WAREHAM - Emancipated Hearts

Pare quasi impossibile che questo sia il primo (mini) album solista di Dean Wareham. In effetti, la musica che si ascolta in Emancipated Hearts suona come la diretta prosecuzione di quella prodotta da Wareham  insieme ai Luna e nel duo Dean & Britta, due progetti che erano, non a caso, dirette emanazioni della sua personalità artistica (lo stesso non si può dire riguardo al suo primo gruppo, i Galaxie 500, dove era forte l’impronta psichedelica di Damon Krukowski e Naomi Yang, i futuri Damon & Naomi). Ecco dunque le classiche ballate  trasognate che sembrano di primo acchito esili e poi si rivelano in grado di sostenersi con eleganza da sole,  quasi camminassero sull’acqua. Questo lo pensano i fan, ovviamente, mentre i detrattori giudicheranno la proposta tanto leziosa quanto risaputa.  Chi invece è di parere intermedio dovrà trovare il momento giusto per ascoltare Emancipated Hearts e, in quel caso, trascorrerà una mezz’ora piuttosto felice. (Antonio Vivaldi)

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BLIND BOYS OF ALABAMA - I'll Find A Way

Perché escono tanti dischi brutti, bruttissimi e scadenti e si leggono quasi solo recensioni buone, buonissime e mirabolanti? Domanda diffusa e legittima cui è complesso dare una risposta univoca. Un punto è che tanti dischi escono e spariscono in un battito di ciglia. Ha senso dire Questo musicista che non conoscevi? Bene. Fa schifo. Forse ha senso, ma forse anche no. Certamente sensato è invece segnalare dischi potenzialmente buoni o interessanti che si schiantano a terra alla prova delle orecchie. Lunga premessa per dire che il disco dei Blind Boys Of Alabama (venerabile istituzione gospel) registrato con giovani (ex) promesse del nuovo folk (Bon Iver in testa) è una roba molle e inconsistente che non conferma e non innova. L’ascolto lascia freddi e si trascina per quaranta minuti che paiono il triplo. (Non) rendiamo grazie. (Marco Sideri)

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LOS CAMPESINOS! - No Blues

Piccoli gruppi crescono; o quasi. I Los Campesinos sono spuntati sulla scena indie pop nei tardi 2000. Voci maschile e femminile che s’incastrano, ritmi svelti, ritornelli a pronta presa: insomma, tutto l’armamentario da allegri perdenti che ha fatto le glorie (più o meno fragorose) di mille gruppi pop. È stato il tempo a rivelare che qualcosa di più sostanziale bolliva in pentola: i LC! riuscivano album dopo album a mantenere lo sprint della gioventù affilando la scrittura. Romance Is Boring (2010) resta un ottimo esempio di musica indipendente fatta come dio comanda(va). “No Blues” smussa qualche angolo (ci sono tastiere e sintetizzatori ad ammorbidire il suono; i cori sono sepolti nel mix e non urlati come a una festa dell’asilo) ma lascia intatta l’ispirazione leggera del gruppo, in apprezzabile contrasto con l’inverno, che si è fatto freddo. (Marco Sideri)

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ELBOW - Live At Jodrell Bank

Guy Garvey pare si prenderà un annetto sabbatico con trasferta americana per lavorare a canzoni in odore di musical. Giusto contatto, dall'altra parte dell'Oceano, perché uno che scriva cose limpidi e potenti come il corpulento rocker con l'aspetto da impiegato educato e sovrappeso non si trova facilmente. Nel frattempo, dopo aver assaporato delizie disperse in un recente album di rarità e amenità varie, ecco un doppio dal vivo con annesso dvd. Direttamente dal Jodrell Bank, osservatorio astronomico, in regolamentare e molto british giornata uggiosa. Difficile trovare difetti in quella formula alchemica degli Elbow che mette assieme spolverate di malinconia e ganci melodici che ti acchiappano e non ti lasciano più. Con una voce che sembra la media esatta tra un Thom Yorke disilluso, e un positivo Gabriel d'annata. Praticamente un "best" dal vivo. Palpiti rock rassicuranti. (Guido Festinese)

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ALASDAIR ROBERTS/ROBIN ROBERTSON - Hirta Songs

Sul sito del talentuoso folk singer scozzese Alasdair Roberts, ma anche su quello dell'etichetta Stone Tape Recording, si può accedere gratuitamente all'ultimo lavoro di Roberts, disponibile (sembra) solo in versione digitale. Una collaborazione con il poeta contemporaneo Robin Robertson, anch'egli di origini scozzesi, che si presenta come un'ode in musica e parole, molto suggestiva, e in presa diretta (come se i musicisti stessero suonando in un tipico e accogliente pub delle Highlands), sul piccolo Arcipelago di Saint Kilda, "propaggine" occidentale delle Isole Ebridi esterne, estremo nord ovest della Scozia, in profondo territorio gaelico, e in aperto Oceano Atlantico. Un emozionante folk "druidico", con ospite in un paio di brani anche il bardo per eccellenza Robin Williamson, impegnato al tradizionale violino norvegese a otto corde (l'hardanger fiddle), dedicato all'icastica evocazione di un isolato, freddo e selvaggio ambiente naturale (oggi importante sito archeologico, vero e proprio monumento naturale e culturale, indicato dall'Unesco come patrimonio dell'umanità), e alla vita semplice che lì sì è condotta fino a poco tempo addietro. Un arcipelago minuscolo, dall'aura mitica e leggendaria, dominato da alte e imponenti scogliere, del quale Hirta rappresenta l'isola più estesa e un tempo più "densamente" popolata, abbandonato in via definitiva, dalle poche anime che fin dal secondo millennio avanti Cristo vi hanno sempre vissuto, nel lontano e vicino 1930. Accompagnati da alcuni abituali collaboratori di Roberts, come Tom Crossley alla batteria e al flauto, Steve Jones al basso, Rafe Fitzpatrick al fiddle, e Corinna Hewat all'arpa (ancestrali e magici i suoi intarsi melodici e armonici), Roberts e Robinson, attraverso suoni, canti e liriche intense, restituiscono la vivida immagine, concreta e letteraria, di una terra ai "confini del mondo". (Marco Maiocco)

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JAKE BUGG - Shangri La

 Jake Bugg non ha ancora vent’anni ed è già al centro di controversie e sofisticati “distinguo” critici da parte della stampa specializzata. Il giovane song-writer inglese ha verve e talento; su questo punto i pareri sembrano unanimi. Al punto che Shangri La, la seconda prova discografica di Jake Bugg, è prodotto da un professionista di grande esperienza come Rick Rubin. A differenza dell’album d’esordio, intriso di suggestioni folk e atmosfere “dylaniane” , Shangri La si apre a vivaci sonorità elettriche con risultati gradevoli e potenzialmente interessanti. What does kill you, ad esempio, contiene certe graffianti stilettate punk-rock tipiche dei tardi anni settanta e nella sorprendente Storm Passes Away si intravedono richiami al blues. Ovviamente, l’essenza “cantautorale” del giovane Jake Bugg trova il modo di emergere in ballate belle e suggestive come Me and You e A song About Love. Sorprende, dunque, l’eclettismo e la vorace fame di musica di questo giovane talento, al quale si perdonano volentieri ingenuità e tentennamenti. L’entusiasmo e il talento gli permetteranno di realizzare grandi cose. (Ida Tiberio)

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