Rock

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ImageC’è qualcosa che stride nel progetto intitolato “The Blues”: sette film per sette registi, uno solo dei quali è nero, mentre lo sponsor  è la bianchissima (ed europea) Volkswagen. E poi quelle antologie “di compendio” con l’ennesimo Jimi Hendrix! Intanto ecco  “The Soul Of A Man”, colonna sonora di uno dei sette film, quello di Wim Wenders,  dedicato a tre bluesmen di grande talento e piccola fortuna: J.B Lenoir, Blind Willie Johnson e Skip James.
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Image Spariamola grossa: il recente “Hail To The Thief” dei Radiohead non contiene “Fugitive Motel” e, di conseguenza, non vale questa seconda prova degli Elbow. Per un fattore innanzitutto di canzoni. E di intenzioni: quando la melodia non ne vuol sapere di arrivare, Guy Garvey e soci preferiscono farsi meditabondi e lavorare di ipnosi (“I’ve Got Your Number”) piuttosto che andare a svaligiare, col favore delle tenebre, mezzo catalogo della Warp.
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Image E’ molto difficile parlare di “The Wind” con serenità, perché questo sarà, inevitabilmente, “l’ultimo” disco del cantautore californiano, scomparso domenica scorsa a causa di un tumore ai polmoni. Nonostante la malattia, Zevon ha deciso di impegnarsi nella realizzazione di questa raccolta, coadiuvato dai musicisti e amici di sempre (Jackson Browne, Bruce Springsteen, Eagles, David Lindley e altri).
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Image“Robert Turner, Peter Hayes e Nick Jago di certo non scrivono album orrendi”: parole di un nostro collega. Non sono orrende, infatti, le canzoni dei BRMC, anzi: riescono a mettere insieme valori rock di sempre (poca grazia, un taglio monolitico che piace tanto a vecchi e bambini, qualche vago sentore d’appartenenza sociale) con una scrittura più che decente. In altre parole, aggirano con rudezza il rischio della “maniera” e si rendono simpatiche.
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ImageIl nuovo che sembra vecchio. Il vecchio che piace come il nuovo. Una dialettica del tempo-senza tempo applicabile anche a cose non troppo remote. I Cracker, formati nel 1991 dall’ex Camper Van Beethoven David Lowery, vanno così a cercare brani country rock degli anni ’70 e ’80 rivisitandoli in chiave appena più garage rispetto all’originale.
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Image Dopo una manciata di album a nome Hefner (imperdibili i primi due), Darren Hayman s’innamora  di tastierine Casio e organi elettrici e si cimenta in una nuova avventura, stravolgendo lo stile molto  chitarristico che lo aveva rivelato al pubblico indie. La nuova creatura si chiama French ed estremizza la passione per l’elettronica già percepibile negli ultimi pezzi degli Hefner.

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