Rock

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AUSTIN LUCAS - A New Home In The Old World
Una delle voci più pure che l'ultima generazione americana potesse regalarci: Austin Lucas. Tutta la sua produzione, soprattutto il disco di esordio Common Cold (che assieme a questo piaceranno anche ai non appassionati di country) è di pregevolissima fattura. Rispetto alla fisionomia acustica del disco precedente (Somebody Loves You), tradizionalissima, A New Home in the Old World ha un suono più rock e "full band". Austin Lucas non perde un briciolo dell'appassionante narrazione a cui ci aveva abituati con tutti i precedenti album. L'anima antica di questo ragazzo cresciuto nella "rivolta" del punk rock è tornata presto, come un figliol prodigo, nelle braccia di una eredità folk e hillbilly appresa in famiglia. Gli insegnamenti del padre Bob Lucas, strumentista di scuola bluegrass con un discreto curriculum alle spalle, si sentono eccome. Ma oggi Austin si è concesso una gita fuori porta, chiamando alcuni talenti del roots rock locale e non solo, ampliando la squadra con membri di Lucero e Magnolia Electric Co. e chiamando alle rifiniture di studio Paul Mahern, già collaboratore di John Mellencamp. Qui un suono "leggermente" country, hillbilly e ballate folk che mettono insieme passato e presente, sconfinando a volte in un roots rock più vibrante, evocano la prima stagione degli Uncle Tupelo (sentitevi nel caso Thunder Rail), se non Neil Young (il riff di chitarra nella livida The Grain ricorda fin troppo Hey Hey My My…). Tutto il disco è imperniato attorno ad un "passato" recente, alla rivisitazione delle occasioni mancate, per riscrivere la sceneggiatura della vita e ricominciare da capo. Austin Lucas compie l'operazione con un tono che va dal confessionale alla pura gioia della condivisione dei sentimenti: così i forti accenti rurali;  le scatenate danze di Run Around e Darkness Out Of Me si intrecciano alla solitaria leggerezza di Sit Down, alle dolci trame acustiche di Nevada County Line. E' un disco di tradizione e di rock'n'roll insieme. Commovente la chiusura, Somewhere A Light Shines. Bellissimo !!!. (Andrea Ansevini)
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WILCO - The Whole Love

The Whole Love è il primo disco dei Wilco. D’accordo, non è esatto, è l’ottavo, senza contare un live del 2005. Ma in un certo senso The Whole Love è il primo disco dei Wilco. Il gruppo infatti esce per la prima volta sotto il marchio della propria etichetta (con relativa auto-produzione) e stabilizza una formazione (con Nels Cline alla chitarra) che fino ad oggi pareva costantemente da lavori in corso. Quindi tabula rasa del glorioso passato e largo a tutte le anime che il gruppo ha collezionato dagli esordi alternative country. Qui si incontrano rock sperimentale (l’iniziale Art Of Almost), power pop, ballate dylaniane (la conclusiva One Sunday Morning), soul bianco e chi più ne ha più ne metta. Il risultato è una wilcenciclopedia che farà contenti molti, e a ragione. In attesa di un colpo di scena prossimo venturo. E di un’ennesima identità. (Marco Sideri)

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PRIMUS - Green Naugahyde

A quasi 12 anni di distanza da Antipop, escludendo l'EP Animals Should Not Try to Act Like People, i Primus sfornano finalmente un nuovo disco. Oltre ai soliti Larry LaLonde alla chitarra, e Les Claypool al basso e voce, troviamo alla batteria Jay Lane. Quest'ultimo è stato uno dei fondatori dei Primus ma abbandonò il gruppo prima dell'esordio discografico (Suck On This). Il loro nuovo lavoro, che s'intitola Green Naugahyde, è composto da 13 brani.A prima vista, ci troviamo davanti a un disco avente tutte le componenti "classiche" delle produzione dei Primus: breve traccia introduttiva, sequenza delle tracce molto sinuosa, momenti di psychedelic polka, pezzo al limite dell'avanspettacolo, e "finalino con l'organetto". Trovano però spazio anche molte novità che sanciscono una certa discontinuità con il passato. Il suono metallico e ruvido del basso di Claypool ormai fa capolino raramente. Il basso è spesso suonato utilizzando un enevelope filter, retaggio della sua carriera solista intrapresa durante gli anni di pausa dai Primus. Il comparto vocale è più curato del solito, cosa rara per i Primus, anche se spesso i pezzi sono quasi recitati attraverso il SandMan mic.

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HARD-FI - Killer Sounds
Terzo appuntamento con la band britannica a quattro anni di distanza da Once Upon A Time In The West, e che la riporta ai fasti del loro disco d’esordio del 2005, Stars of CCTV. Gli Hard-Fi sono in splendida forma; il disco è ben strutturato e compatto nella sua piacevole disomogeneità. Undici brani che ricalcano lo stile in bilico tra indie-rock, pop ed elettronica a cui il gruppo ci ha abituato e che in patria ha fatto il botto, finendo direttamente tra i dischi più venduti. Registrato tra Londra e Los Angeles, Killer Sounds parte col primo singolo: Good For Nothing, una ballata rock di sicuro impatto, per procedere con un altro singolo, Fire In The House, un brano travolgente con una ritmica serrata e una linea melodica che rimane impressa al primo ascolto. Il resto del disco scorre piacevolmente senza cedimenti, cosa che denota una raggiunta maturità per una delle band più interessanti del momento. (Mauro Carosio)
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MARC CARROL - In Silence

"In Silence" è il nuovo album di questo fenomeno della scrittura che vanta una corposa discografia avendo inciso dischi sin dalla fine degli anni 80 per etichette come Rough Trade,  Island, V2, High Noon e ora approdare a One Little Indian.
Originario di Dublino Carrol ha vissuto per lo più negli Stati Uniti dove ha collaborato con Bob Mould e Grant Hart entrambi ex Husker Du. Dall’Irlanda a Los Angeles e ritorno, Carroll ha la pennata di Bob Dylan, il senso melodico di Brian Wilson e la leggerezza dei Byrds.

CD in vendita da Disco Club a partire da martedì 27 settembre al prezzo di 15,50 €

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BJORK - Biophilia

Il regno, il midcult di Bjork, una che vuole distinguersi dalla cultura popolare, è tornato. Un'artista che spesso non scende a compromessi con l’industria commerciale, come ultimo baluardo del genio romantico ottocentesco. Biophilia uscirà ufficialmente il 10 di ottobre, ma noi internauti lo stiamo già ascoltando. Biophilia, quattro anni dopo Volta, si presenta come un compendio di tutti i pregi e difetti di Bjork: puntare all’universale ma facendo sempre riferimento a se stessa. Le strutture musicali sono a brevissimi tratti incompiute e farraginose, senza unità né fluidità, come un motore con lo "start & stop" che a tratti si spegne. Virus, a mio parere, il brano più bello (altri picchi: Crystalline, Sacrifice). Non parlerò di multimedialità. Canzoni scritte da programmatori di fama internazionale come Scott Snibbe, si sono rivelate strumenti inutili. Io amo la musica vera, e non apprezzo questi succedanei del caviale.. L'acquisto è consigliato. Ma qualora questo fosse il primo disco di approccio alla islandesina, lasciate ogni speranza o voi che entrate (comprate)! (Andrea Ansevini)

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