Rock

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FAIRPORT CONVENTION - Festival Bell

Quarantatré anni. Sembra di far l'elogio del Giurassico e delle sue creature rimaste incastonate nella roccia e nell'ambra. Quarantatré anni un tempo non troppo lontano in Europa era una vita media, il tempo che era lecito attendersi prima che si presentasse la falce della Grande Mietitrice. O.K, toccate ferro e legno e parti proibite, però occhio, non si parla di sfighe assortite, qui. Si parla di un gruppo di (ex) giovinotti che quando si trovano tutti assieme si fanno chiamare Fairport Convention. Il più blasonato (anche se non l'unico) gruppo superstite della gloriosa, mai troppo celebrata stagione del folk rock in salsa inglese. Dunque: i Fairport marcano quasi nove lustri di vita. E adesso arriva la Festival Bell, la campana del Festival. Che è il titolo del nuovo disco, il primo dal 2007 di Sense Of Occasion ma non solo. Campana che esiste davvero, in ferro, corda e batacchio: c'è saldato sopra, a futura memoria, Fairport Convention, e Festival Bell. Bizzarro e molto british omaggio della chiesa di St. Mary, contea di Oxfordshire al gruppo che ogni anno, lì vicino, celebra al Cropredy Festival una storia che sembra non finire mai, e con uno spirito comunitario d'altri tempi Vengono quasi i brividi. Retorica a parte, e a ciglio asciutto, c'è da dire che The Festival Bell è un signor disco, palpitante e nobile e ben suonato come è lecito attendersi dalla band oggi guidata da Simon Nicol, superveterano del gruppo: con un paio di cover da Ralph Mc Tell, strumentali torniti, una Ukulele Central che farà sorridere Marilyn dalle nuvole, una "autocover" di Rising For The Moon" forse non proprio essenziale, ma giusto per ricordare ancora Sua Folkità Sandy Denny, e in apertura una struggente Mercy Bay che è l'esatta risposta storica alla Lord Franklin cantata da Renbourn. Bentornati, verrebbe voglia di dire, se se ne fossero mai andati. (Guido Festinese)

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MISTER HEAVENLY - Out Of Love
Mister Heavenly è un indie supergroup formato da tre musicisti (Nick Thorburn, Ryan Kattner, Joe Plummer) che hanno militato o ancora militano in gruppi come Unicorns, Islands, Man Man, Shins e Modest Mouse. Il risultato, però, non è una mera somma delle parti perché Out Of Love ha un carattere suo proprio e un progetto di fondo: creare un disco partendo da una rivisitazione del doo-wop, evidente in buona parte dei brani (I Am A Hologram, Mister Heavenly, Diddy Eyes, Your Girl, Wise Men). Altri generi fanno capolino in Reggae Pie (inutile dire quale...), una delle canzoni più riuscite insieme all'entusiasmante Diddy Eyes, o nel guitar rock dell'iniziale Bronx Sniper. Se in qualche momento la scrittura sembra meno a fuoco (Charlyne, Doom Wop), l'intero disco è davvero gradevole, con un bel gusto per la melodia (aiutato dalla presenza di due voci), e in grado di piacere a un pubblico vario. Quando l'ultimo brano si interrompe brutalmente, dopo poco più di 35 minuti, dispiace un po'. (Marina Montesano)
vedi sotto video
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TINARIWEN - Tassili

Tassili non è (solo) un disco. È anche (un pochino) un segno dei tempi. L'Africa infatti (e la sua musica) sono da qualche anno tornate ad essere la terra promessa di tanto occidente musicale in cerca di redenzione.. Da una parte c'è la sempiterna storia del blues che parte dall'Africa e cresce in America (vedi Dal Mali Al Mississippi di Scorsese). Dall'altra c'è la voglia di contaminazione che tanti (da Paul Simon a David Byrne a Damon Albarn) hanno provato. Qui, il flusso è contrario. I Tinariwen, touareg nomadi già chiamati «Clash del deserto», ospitano gente dell'Ovest (TV On The Radio, Nels Cline) per definire e ammorbidire gli spigoli del loro desertico blues. Gli ospiti non si notano più di tanto, a dire il vero. Ma il disco tra cantilene e arpeggi morbidi, con l'occasionale sbuffo d'elettricità, è un valido riassunto per un percorso di primo piano. (Marco Sideri)

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FOTHERINGAY - Essen 1970

Lo si è già detto: la musica folk è più di moda adesso che 20 (o 200) anni fa. Accade così che un gruppo durato poco ( e con un solo disco all'attivo), quale i Fotheringay venga omaggiato in tempi recenti prima con la ristampa del secondo album, rimasto nei cassetti per oltre 35 anni, e ora con questo live che riporta un concerto tedesco dell'ottobre 1970. Se la qualità sonora non è certo eccezionale e l'esibizione è buona ma con qualche pecca, resta il fatto che ascoltare Sandy Denny anche 'da lontano' è sempre emozionante, come dimostrano il tradizionale Gypsy Davey euna versione di Nothing More più intensa di quella di studio. I cultori del mondo Sandy/Fairport Convention adoreranno la quasi maniacale discografia illustrata dei Fotheringay proposta nel libretto. (Antonio Vivaldi)

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RED HOT CHILI PEPPERS - I’m With You

C'è di nuovo movimento per le strade di Los Angeles! Per celebrare i sedici anni della loro carriera, i Red Hot Chili Peppers tornano con un album d'inediti. I'm with you esce, anticipato da un live trasmesso nei cinema in anteprima, e con un nuovo chitarrista, Josh Klinghoffer, amico e allievo del mitico Frusciante con il quale ha collaborato nei suoi progetti da solista. Mancano quindi gli assolo a cinque corde carichi di pathos introspettivo, ma per il resto gli ingredienti ci sono tutti. È la collaudata miscela di pop rock e funky con una spruzzata di rap cui i fan si sono abituati da Californication in poi. C'è persino un tocco di salsa in Did I let you know e le atmosfere acquatiche e trascendentali di Goodbye Hooray. I giri di basso di Flea rimangono magistrali e visionari, spaziando dalla ballata ai pezzi incendiari, e anzi l'artista stupisce il pubblico mostrando il suo eclettismo a tutto tondo nella delicatezza bluesy del pianoforte di Even you, Brutus? Un bel disco, non c'è che dire, ma viene il dubbio che l carica motiva che trasudava da ogni nota ai tempi di Blood Sugar Sex Magik si sia affievolita per lasciare il posto a una tecnica dl divertimento, comunque apprezzabile. (Elena Colombo)

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JOHN HIATT - Dirty Jeans And Mudslide Hymns

Quando il "sogno americano” entra in collisione con la realtà, i songwriter più sensibili sanno narrare con spietata sensibilità la disillusione e il senso di spaesamento che ne consegue. John Hiatt rientra a pieno titolo in questa categoria di artisti in grado di descrivere (con particolare sapienza) tormenti individuali e traversie collettive. Dirty Jeans and Mud Slide Hymns è una raccolta di ballate che narrano storie di perdenti e di “hungry young man” in lotta contro i loro demoni. La voce di John Hiatt illumina anche i momenti meno “creativi" dell’album e rende memorabili canzoni belle e suadenti come Hold On For Your Love” e Don’t Wanna  Leave You Now. Da segnalare anche Damn This Town e When New York Had Her Heart Broken, in linea con la migliore produzione discografica dell’eccellente cantautore del mid-west. (Ida Tiberio)

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