Rock

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ImageDopo 11 album di studio e 100 milioni di copie vendute nel mondo, i DEPECHE MODE, leggende viventi dell’electrorock, sono fieri di annunciare l’uscita di SOUNDS OF THE UNIVERSE (17 Aprile 2009 –Mute). Eclettico, energico, il nuovo lavoro della band é un disco abbagliante e variegato. Registrato tra Santa Barbara e New York, i DEPECHE MODE sono tornati ad usare per questo album attrezzatura vintage, dai sintetizzatori analogici alle drum machine, in modo da evocare gli arrangiamenti retro-futuristici dell’album stesso. Dal punto di vista dei testi, SOUNDS OF THE UNIVERSE contiene molti dei temi da sempre preferiti del gruppo, con l’aggiunta di una dose di black humour più evidente di quella di qualsiasi loro antecedente uscita.
Il primo singolo tratto dall’album è WRONG. Ritmi battenti, sintetizzatori stridenti ed il canto da comandante di Dave fanno di WRONG un pezzo che suona già come un classico dei DEPECHE MODE.

CD in vendita da Disco Club a partire da venerdì 17/04/09 al prezzo di 20,50 €.

 

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ImageViene spontaneo pensare: no, un’altra. Un’altra cantautrice dalla spiccata propensione per psicoanalisi (quando non psicomagia) e lacerocontusioni sentimentali suonate con tre accordi e cantate con voce sospirosa. Ora, molto di questo si ritrova anche in Marissa Nadler e in Little Hells (quarto album della musicista-pittrice del Massachussetts), però qui stranamente l’insieme funziona. Si ascolti ad esempio Loner, canzone che in teoria è un trionfo di ovvietà melodica e armonica (per non parlare dei chili di eco sulla voce) e che invece assume i connotati della ballata-fiaba un po’ psichedelica alla Mazzy Star un po’ finto-rurale alla Jenny Lewis, un po’ weird-folk come lo intenderebbe David Lynch. Il miracolo del monotono-ma-bello si ripete, con il piano al posto della chitarra, in The Hole Is Wide (qui il referente, anche diretto data la presenza di Simone Pace, sono i Blonde Redhead), mentre Ghosts and Lovers trova un ritornello che una volta tanto fa buon uso del termine ‘trasognato’. Considerando che ci sono anche un paio di momenti in cui l’introversione lascia il posto a una sensualità languida e senza troppi problemi (River Of Dirt) e a una rassicurante ampiezza di sentimenti e suoni (Rosary, Mistress), si può parlare di uno dei migliori dischi acustici degli ultimi tempi. (Antonio Vivaldi)

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ImageDopo essere stati paragonati a una ventina di bands che hanno visto la luce dagli anni ’80 a oggi abbiamo capito. Niente di nuovo sotto il sole; semplicemente un gran disco per l’esordio degli inglesi White Lies. Balzato immediatamente in testa alle classifiche d’oltremanica, To Lose My Life non lascia dubbi. Un disco perfetto, scaltramente costruito per piacere a un grande pubblico senza cedere troppo al facile ascolto. Al suo interno, un insieme omogeneo di brit pop, new wave, belle voci e melodie accattivanti. I testi, cupi e audaci, trattano temi forti abbastanza da colpire teenagers e genitori parlando di suicidi, malattie e affini. Il singolo Death è solo il primo di dieci brani tutti riusciti, da far ben sperare per il futuro di questa next big thing. (Mauro Carosio)

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ImageEsce per Rough Trade “The Hazards of Love” dei The Decemberists, il seguito dell’acclamato “The Crane Wife” (2006) che ha venduto oltre 300.000 copie in America. Con questo quinto album, il quintetto di Portland composto da Colin Meloy, Chris Funk, Jenny Conlee, Nate Query e John Moen, si consolida come una delle band più creative di oggi. L'album ha cominciato a prendere forma quando Meloy – a lungo affascinato dal revival folk inglese degli anni 60 - ha trovato una copia dell’EP di Anne Briggs del 1966 The Hazards of Love. Dato che non esisteva una canzone con il titolo dell’album, ha comiciato a scriverne una e si è trovato immediatamente immerso in qualcosa di più di una semplice canzone. Registrato insieme al produttore Tucker Martine,“The Hazards of Love” affonda le radici in un immaginario e un linguaggio antichi ma ancora accessibili e moderni, e rivela nuovi particolari e sfumature ad ogni ascolto. Ospiti d’eccezione: Becky Stark (Lavender Diamond) e Shara Worden (My Brightest Diamond) danno voce ai principali caratteri femminili mentre Jim James (My Morning Jacket) Robyn Hitchcock e Rebecca Gates (The Spinanes) appaiono nei ruoli secondari.

CD in vendita da Disco Club a partire da giovedì 26/03/09 al prezzo di 18,50 €.

 

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ImageOggi che gli stili tecnicamente demodè (il folk, il blues, il country, la vecchia musica americana) sono tornati prepotentemente di moda, manipolati e rivisti da miriadi di musicisti contemporanei, è curioso vedere come “Notes To An Absent Lover” suoni effettivamente nostalgico, col suo carico di malinconia primi anni ’90. Allora, forse, lo avremmo definito slow-core, tirando in ballo i Red House Painters o, persino, i Low; oggi è un oggetto non identificato: una raccolta di ballate d’amore e ferite da leccare (fin dal titolo) confezionate con gusto melodico e sonico impeccabile, tra scrittura quasi folk e spirito indie. Certo sussurra, “Notes…”, non sgomita per catturare l’attenzione, e quindi non lo troverete su nessuna prima pagina. Ma questo, certamente, non lo rende meno bello. (Marco Sideri)

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ImageInseriti di solito nel filone del nuovo folk (con prefisso doom), gli Arbouretum sono più che altro una fusione di psichedelia e stoner  che fa pensare ai Bevis Frond come ascendenze remote o, in ambito contemporaneo, ai Black Mountain rallentati o ai Pontiak incupiti. Song Of The Pearl, terzo album del gruppo di Baltimora, non propone grandi cambiamenti rispetto al precedente Rites Of The Uncovering, salvo forse un minimo di melodicità in più. La dialettica è al solito fra epos e dilatazione, con il primo a prevalere in False Spring, Thin Dominion, e Another Hiding Place e la seconda in Down By The Fall Line e Infinite Corridors. Data la materia sonico-emotiva trattata, il disco è saggiamente breve e ha l’ulteriore pregio di chiudersi con una bella e sommessa cover della dylaniana Tomorrow Is A Long Time. (Antonio Vivaldi)

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