Rock

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ImageAriecco Mozza, come lo chiamavano dalle sue parti e su Smash Hits negli anni '80, arieccolo con un nuovo lavoro di quelli di cui nessuno sente la mancanza ma che tutti gli smithsiani con ancora i loro bei gladioli piantati nel c*** invece compreranno perchè lui è stato il cantore gaio di quegli anni lì , in cui si ballava tanto e male e che se capivi pure le parole ed eri di natura un Proustiano stanziale non potevi non amarlo. A parte che a me ha sempre ricordato un prof di inglese a lingue che pareva il suo ClarK Kent (Zaio pure se lo ricorda) cioè se gli toglievi gli occhiali e un po' di bianco nei capelli erano uguali uguali e che quindi apprezzavo più la potenza innegabile dei singoli che sentivamo ancora caldi da Ivo e lì non c'era neppure lo spazio per ballare, che non l'insipienza degli album (ditemene uno veramente memorabile che non sia preso per sbaglio dai neofiti dal titolo di una delle 10... antologie uscite dopo) però poi alla fine te li compravi tutti e poi ti sei anche comprato i suoi solo che, a parte il primo che comunque dentro c'aveva Vini Reilly leggi Durutti Column, erano album xerox. Questo nuovo supporto ha come specchietto per le allodole una copertina in odore pater familia anche se conoscendolo si dubita e nell'edizione da sciuri un dvd con un intervista che vedo già le code come per i libri di Harry Potter fuori da Gian. Le canzoni ci sono? A parte i soliti titoli da Lina Wertumller, alla terza le palle mi hanno già salutato in quanto si sono imbarcate per lidi lontani e le orecchie reclamano invece nuove linfe meno trombonal supponenti, che non sembrino l'addominevole uomo delle nevi e che invece ripristino il sano concetto di energia idiota che Eno aveva usato per battezzare la new wave a lui più cara. Cercatevi The Phantom Band per i nostalgici un po' tristani e, insisto, anche i nasini all'insù, TV on The Radio perchè è li che ci giochiamo le erezioni. Gian vedrai che tanto lo vendi nonostante me. (Marcello Valeri)

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ImagePer alcuni anni, il quarantenne songwriter Neil Casal ha collaborato con i Cardinals, la band del più celebre collega Ryan Adams, in qualità di chitarrista. L’esperienza è stata proficua per entrambi i musicisti. Tuttavia, Neil Casal ha avvertito l’esigenza di tornare a comporre in piena autonomia.Con Roots and Wings, il cantautore americano segna un gradevole ritorno alle atmosfere folk-rock dei suoi esordi. Gli insegnamenti di Gram Parsons, Neil Young o Jackson Browne si concretizzano nelle suggestive ballate Tomorrow’s Sky, So Far Astray e Cold Waves. Certo, ascoltare Roots And Wings sperando di cogliere guizzi di originalità sarebbe impresa vana. Meglio concentrasi sull’abilità vocale dell’autore e sulla bellezza evocativa di Superhighway, un piccolo gioiello di poesia e profondità espressiva. (Ida Tiberio)

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ImageDopo due dischi pressoché impeccabili, uno ambientato nei Balcani, l’altro in Francia, il giramondo Zach, anima della sigla Beirut, si concede una parentesi meno compiuta, diciamo un pensiero per i fan. Questo doppio EP presenta due facce dell’ispirazione di Zach, che più distanti non si potrebbe. La prima metà (March…) è un nuovo esperimento di voyeurismo musicale/geografico: canzoni registrate in Messico con una banda da funerale che mischiano l’ispirazione malinconica del giovane protagonista alla magnifica esuberanza folk del contesto. Centro pieno. Realpeople… è tutt’altra musica: pop sintetico con forti ascendenze anni ’80, ritmi a costruire i pezzi, suoni elettronici. Niente male, in generale, ma decisamente meno personale e affascinante. Beirut, lo preferiamo viaggiatore. (Marco Sideri)

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ImageCi ha messo un po’ di tempo ma Aidan Moffat è tornato nella sua zona di comodità, abbandonando le tendenze più estreme dell’ispirazione, ed anzi, incorporandole nel vecchio linguaggio. Voce e volto dei disciolti Arab Strap, Aidan ha infatti preferito, fino ad oggi, non replicare quelle canzoni ubriache e abbandonare il suo ruolo di cantante (o meglio: parlatore melodico) dedicandosi a progetti laterali (l’elettronica di L. Pierre, un album limitato e spoken word di un anno fa). Oggi torna con foga sul luogo del delitto con canzoni d’amore scozzese di matrice grossomodo folk, sporcate da mille deviazioni e attraversate dalla voce che tutti ricordiamo. Il risultato è impeccabile, conciso e personale. Seguaci vecchi e nuovi non possono proprio lamentarsi. (Marco Sideri)

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ImageQuesta recensione arriva un pochino in ritardo rispetto all’uscita dell’album (maggio 2008) e grazie ai contributi alla classifica di fine anno del nostro sito. “Ghost Notes” infatti ha raccolto quasi venti preferenze, facendosi così notare nel guazzabuglio delle uscite odierne. Non è difficile individuare il motivo. Gli Everest (da Los Angeles), senza rivoluzioni o forzature formali, mettono in fila dieci morbide canzoni folk rock, alla maniera di CSN&Y, se cercate un riferimento, occasionalmente sbandando verso altri linguaggi (sempre temporalmente limitrofi) per insaporire la formula. Il risultato è un album che cresce lentamente, con gli ascolti, rivelando doti di scrittura e arrangiamento certamente notevoli. Il fatto che esca per la Vapor di Neil Young chiude il cerchio. Per moderni amanti del rock classico.  (Marco Sideri)

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ImageEstimatori e professionisti della chitarra, ecco l’album per voi. Monte Montgomery ha realizzato un poderoso monumento sonoro ad uno strumento capace di sedurre, commuovere e infondere energia con ineguagliabile intensità. Il chitarrista e song-writer americano, cresciuto artisticamente nei prestigiosi club di Austin, segue con vivida intelligenza l’esempio dei suoi “maestri”, primi fra tutti Guy Clark e Townes Van Zandt. Tra languide ballate acustiche (Love’s Last Hoiday e How Far) e virate impetuose (River, Can’t Fool Everyone), Monte Montgomery sfrutta al meglio le sue ottime potenzialità di chitarrista, pur con qualche compiaciuto virtuosismo. Inevitabile, quindi, e anche molto riuscito, l’omaggio a Jimi Hendrix: la cover di Little Wing è uno dei momenti più toccanti dell’intero album. (Ida Tiberio)

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