Rock

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ImagePer gli appassionati di rock classico il nome Starless & Bible Black rimanda subito a un celebre disco dei King Crimson e fa immaginare che qui si ascolti progressive. In realtà il trio proveniente da Manchester suona musica quasi tutta acustica e per il nome s’ispira alla fonte originale, vale a dire un verso di Dylan Thomas. Rispetto ad altri colleghi ‘neo-folk’ gli Starless adottano modalità abbastanza duttili da non far sembrare le loro canzoni esercizi di stile. Ad esempio la lunga “B.B.” parte come un tributo ai Pentangle per poi finire in ambito Mojave 3, mentre “Sirene” gioca tra folk inglese e ‘chanson’ francese grazie anche alla performance bilingue della cantante Hélène Gautier. Se il tono è quasi sempre delicato, il momento migliore sta però nella spettrale cupezza etilica di “The Bitter Cup”. (Antonio Vivaldi)

 

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ImageNel 1984 erano già presenti ai concerti in sostegno alla lotta dei minatori inglesi, poi i Chumbawamba hanno rischiato, paradossalmente, di diventare un fenomeno da classifica con il successo dell’album ‘Tubthumper’. Per fortuna, quella che un tempo veniva definita ‘dirittura morale’ li ha mantenuti sul giusto sentiero. L’ ultimo lavoro di studio ‘A singsong and a scrap’, era uno splendido esempio di folk rock e questa raccolta di esibizioni dal vivo conferma e rafforza il nuovo corso, ariose armonie vocali, repertorio scelto accuratamente e testi militanti. Gradevole anche ad un ascolto disimpegnato, grazie alle melodie squisitamente pop dei brani originali, ottimo nella rielaborazione di composizioni tradizionali come ‘The Digger’s Song’, ‘Hard Times of Old England’ e la nostra ‘Bella Ciao’. (Fausto Meirana)
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ImageIn un momento di grande rilancio per il pop-rock canadese torna Dan Bejar con il progetto Destroyer, collaterale rispetto ai New Pornographers. Pur mantenendo il forte approccio pop tipico di questi ultimi, “Destroyer's Rubies” offre maggiore varietà di situazioni. Il riferimento d'obbligo è Dylan, al quale tuttavia Bejar accosta un chiaro apprezzamento per sonorità inglesi, con reminiscenze di Bowie e T-Rex. Ormai al sesto disco, si nota un’inversione di tendenza rispetto al precedente del 2004, “Your Blues”, con l’abbandono degli arrangiamenti orchestrali per un ritorno a una dimensione prevalentemente acustica, quella cioè che caratterizzava i primi lavori. I testi sono carini e originali, e soprattutto la voce di Bejar è sufficientemente versatile da non rendere mai monotono l’ascolto. (Marina Montesano)
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ImageRay LaMontagne è un giovane artista americano dal talento spiazzante e complesso. Il fascino di Till The Sun Turns Black è racchiuso in una serie ballate intimistiche e notturne che allontanano il ricordo dell’album precedente, Trouble, più legato alla musica delle radici. La produzione di Ethan Johns, ha conferito all’album un'aura antica e misteriosa, di grande suggestione. Canzoni come Be Here Now, Gone Away From Me e You Can Bring me Flowers sembrano sospese in una fluttuante leggiadria di violini, chitarre acustiche e sonorità bluesy. In realtà, racchiudono la malinconia profonda e lacerante che fu, ad esempio, di Nick Drake o Tim Buckley e denotano una solida maturità artistica. Il risultato è un album di cupa e suadente bellezza come Till The Sun Turns Black. (Ida Tiberio)
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ImageLee Hazlewood, quasi ottantenne, ha scoperto di essere gravemente malato di cancro e ha dato alle stampe il suo ultimo disco,“Cake Or Death”, che rappresenta il testamento del cantautore americano. Un commiato che non ha nulla di triste, ma piuttosto sembra una festosa parata d’addio. I ritmi di “The First Song Of The Day” e “Baghdad Knights” si uniscono dolcemente alla voce baritonale di Lee, rimasta incredibilmente intatta nel corso del tempo, “ Nothing” , in duetto con Lula, gioca con le avventure del passato, mentre “Fred Freud” racconta la storia di un fratello immaginario di Sigmund che cura i pazienti con la musica, preferendola alla meno rassicurante psicanalisi. Per finire una versione divertente e nel contempo toccante di “Some Velvet Morning” in duetto con la nipote Phaedra, un modo magnifico per chiudere una carriera indimenticabile. (Andrea Tassistro)
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ImageOgni volta che si nomina Chuck E. Weiss l’accostamento immediato è all’amico e sodale Tom Waits: in effetti i due, dopo essersi conosciuti a Denver nel 1972, hanno abitato sotto lo stesso tetto del Tropicana Motel di Los Angeles (l’hotel dove Van Morrison scrisse l’album “T. B. Sheets” e dove nell’ottobre del 1970 era stata trovata morta Janis Joplin) e hanno scritto insieme una delle più belle canzoni di “Nighthwaks at the diner”, “Spare Parts I (A Nocturnal Emission)”; quanto importante fosse la loro amicizia è anche dimostrato da una canzone, contenuta nel primo album di Rickie Lee Jones, all’epoca compagna di Waits, dal titolo “Chuck E.’s in love”, dedicata proprio al musicista che alla fine degli anni ’60 aveva iniziato la sua carriera musicale con Lightnin' Hopkins e altri personaggi del calibro di Willie Dixon, Muddy Waters e Dr. John.

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