Rock

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ImagePer il suo ultimo lavoro Tom Petty sceglie un titolo di grande forza evocativa: Highway Companion. Due parole, autostrada e compagno (di viaggio) che disegnano scenari geografici ed esistenziali su cui gran parte della moderna produzione letteraria e musicale degli Stati Uniti ha costruito la propria fortuna.
Scenari assolati, densi di polvere e di umanità inquieta, che brani come Down South, Night Driver e Turn This Car Around narrano con vivida intensità. In Highway Companion è rimasto solo il chitarrista Mike Campbell a rappresentare la potente macchina sonora degli Heartbreakers,  Ma Tom Petty sa bene come raggiunge l’essenza del rock; gli basta affidarsi all’energica semplicità delle chitarre e al pulsare, incalzante o morbido, della sezione ritmica. (Ida Tiberio)
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ImageIl primo disco solista di Pharrell Williams ha finalmente visto la luce dopo un parto travagliato e molto lungo (in teoria In my mind sarebbe dovuto uscire a Novembre del 2005). L’attesa e la curiosità createsi intorno alla nuova creatura del re Mida dell’R&B e del Hip-Hop del terzo millennio sono rimaste inattese.
Gli spunti e la genialità di Pharrell distribuita generosamente durante i suoi trascorsi di produttore (e in particolare con i N.E.R.D.) sembrano essersi dissolti, lasciando spazio a sonorità che non stupiscono e non brillano. Nonostante gli ospiti di In my mind siano talenti puri del calibro di Jay-Z, Kanye West, Nelly e Snoop Dogg, Pharrell non riesce a valorizzarne e a sfruttarne appieno le potenzialità, perdendo una ottima occasione per entrare definitivamente nell’olimpo della musica pop. (Giovanni Besio)
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ImageCi sono tanti modi in cui un disco colpisce, tante maniere in cui espugna orecchie e cuore, e si fa ricordare. “We Are The Pipettes” ti seduce come una barzelletta: istantaneo, vivace, facile da ascoltare, divertente. 

Non è un viaggio teso attraverso suoni nuovi, non un’audace rivoluzione: sono tre ragazze inglesi che, agghindate per l’occasione, aggiornano al nuovo millennio il lessico contagioso del soul pop anni ’60. La modernità filtra da arrangiamenti, suoni e ammiccamenti vari; ma è un gusto, estetico e musicale, meravigliosamente retrò che permea l’intero lavoro. E così, proprio quando le ferie finiscono e l’autunno si ripresenta alla porta, capita di entusiasmarsi per un album che, solo due mesi fa, non avremmo esitato a definire “Il disco dell’estate”. Bravissime e spensierate. (Marco Sideri)

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ImageIl cinquantenne Green Garthside appartiene a quel gruppo di intellettuali rock che può permettersi di incidere un disco ogni tanto, sicuro di venire ascoltato con attenzione anche in un’epoca di musica usa-e-getta.
In “White Bread Black Beer” rinuncia ai suoni hip hop che avevano innervato “Anomie And Bonhomie” e fa tutto da solo nel proprio studio domestico scegliendo la via del suono elegante e raccolto, con ricordi degli XTC (“Dr. Abernathy”), qualche scivolata nei languori alla Simply Red (“No Fine Lines”) e più di un’eco nel fraseggio vocale del Paul Simon di “Hearts And Bones” (“Throw”, “After Six”). Alla lunga si percepisce un certo di autocompiacimento, ma con personaggi come Garthiside si tratta di entrare in sintonia a prescindere dai dettagli. Ci vuole un po’ di tempo e a volte il tempo non si trova. (Antonio Vivaldi)
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ImageCi sono dischi esuberanti, pieni di colori; e dischi eleganti, pieni di sfumature. I Lambchop li fanno entrambi e, per essere certi di non confondere il pubblico, li alternano. Dopo la sbornia di stili e strumenti di “Aw Comeon/No You Comeon” arriva infatti la riflessione delicata ed avvolgente di “Damaged”; come era seguita l’ombra di “Is A Woman” al carosello di “Nixon”.

Il disco è giocato su intrecci di chitarra e pianoforte, con sfondo di percussioni e battiti lievi, attorno alla voce non convenzionale del capocomico Kurt Wagner: un cronista posato ed attento di crisi personali e collettive. I riferimenti, tutti frullati nell’estetica sonora Lambchop, restano i fantasmi country e soul che da oltre 10 anni tormentano piacevolmente la strada defilata del gruppo. In attesa della prossima esplosione. (Marco Sideri)

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ImageI  Dears, canadesi e alla seconda prova, sono l’esempio lampante di formazione inizialmente sopravvalutata dalla critica. Quando, due anni fa, è uscito l’esordio “No Cities Left”, buona parte dei commentatori nazionali si sono affrettati a decretarlo un capolavoro. In verità, si trattava di un disco carino, senza infamia e senza lode, che ricalcava le orme del pop inglese di metà anni ’90: la paranoia in bianco e nero dei Suede, le ballate suggestive dei Blur, il piglio indipendente dei Pulp. A tanto entusiasmo era seguito un modestissimo successo di pubblico e poi, così sembrava, l’oblio.

Gang Of Losers smentisce l’assunto con una serie di ballate aggressive e compatte, lontane dalla malinconia plasticosa dell’esordio. E se non è un capolavoro, certamente è un disco godibile da cima a fondo. È un (nuovo) inizio. (Marco Sideri)

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