Radio Disco Club 65

Free Fall di Danilo Di Termini

Ciao a tutti. Avevo promesso una puntata speciale di Free Fall tutta dedicata al sassofonista Lee Konitz, che ci ha lasciato giovedì scorso. E così sarà con due eccezioni, due brani di José James, un musicista che mi piace molto e che vi ho anche fatto ascoltare quando ho ricordato Bill Withers, anche lui recentemente scomparso.
L'altro giorno, mentre cercavo materiale per la trasmissione mi sono imbattuto in un post su Facebook di James del 16 aprile, in cui racconta di essere a New York, in casa con la moglie Talia, entrambi con i sintomi del COVID-19. Il post è molto lungo e fa capire, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto stronza sia questa malattia, di come sia complicato guarirne e anche di come sia complicato ottenere una buona assistenza sanitaria a New York (e per una persona che comunque ha sicuramente mezzi e conoscenze al di sopra della media). Così ho scelto di iniziare con un brano di Bill Withers, forse quello più famoso, in una versione di studio pubblicata ai tempi del suo disco interamente dedicato all'opera del cantante scomparso a Los Angeles il 30 marzo scorso. José James Ain't No Sunshine:

Lasciamo José James, ci ritorneremo a fine puntata e proviamo a ricordare degnamente la figura di Lee Konitz.
Konitz è stato uno dei primi musicisti jazz ai quali mi sono avvicinato, ovviamente per caso. Nella collana economica Jazz è bello era disponibile una versione di Duets, un disco uscito nel 1968, ma pubblicato in Italia nel 1975, proprio quando cominciavo a provare ad orientarmi in questa musica affascinante e misteriosa. Lo avevo comprato, quasi senza sapere chi fosse, se non quel poco che avevo letto nel libro di Arrigo Polillo, Jazz (la Bibbia su cui mi sono formato e che consiglio a tutti coloro che vogliono iniziare ad avvicinarsi a questa musica): in realtà in quel testo Konitz non ha nemmeno un capitolo dedicato ed è citato solo in relazione alle sue collaborazioni con altri. Può essere che anch'io, come ricordava il sassofonista Claudio Fasoli in un bell'articolo sul sito di Musica Jazz scritto per i novant'anni del musicista e che trovate ancora in rete, sia stato colpito dal suo nome. Scrive così:
"Una delle cose che prima di ogni altra mi colpì di lui fu il cognome: la K iniziale, le due rapide vocali, la T e la Z finali, tutto «suonava» molto diverso dai cognomi ai quali si era più abituati, come Armstrong, Parker, Gillespie, Roach, Davis. Questi erano cognomi più «americani», più credibili. Konitz aveva un cognome inquietante, di probabile origine boema, cosa che lo rendeva più europeo e quindi più vicino a noi ma che allo stesso tempo lo faceva più esotico, forse addirittura meno «jazz». E poi frequentava abitualmente personaggi che si chiamavano Tristano (con reminiscenze italo-wagneriane!) e Bauer (tedesche) in una cerchia ancora più anomala per il fatto che erano tutti bianchi: ricordiamo anche Warne Marsh, Eddie Safranski, Shelly Manne..."
Tristano, altro nome mitologico dei miei primi contatti col jazz, celebre per essere stato un maestro per tanti musicisti. E allora partiamo proprio da qui, da un brano con il quintetto di Lennie Tristano del 1964 (in realtà la storia inizia alla fine degli anni '40) con questo video registrato all'Half note di New York insieme a Sonny Dallas al contrabbasso, Nich Stabulas alla batteria, il grandissimo Warne Marsh al sax tenore, Tristano ovviamente al pianoforte e Lee Konitz al sax alto. Il video dura 28 minuti e ovviamente vi consiglio di vederlo tutto, magari dopo la trasmissione con calma. Noi ci fermiamo, diciamo così, dopo Subconsious Lee, cioè a 7 minuti e 25.

Konitz era nato il 13 ottobre 1927 a Chicago. Le prime tracce discografiche risalgono alle incisioni con la Claude Thornhill Orchestra nel 1947. Sono gli anni in cui studia come detto con Lennie Tristano e già nel 1948 lo troviamo in una delle formazioni storiche della musica jazz, quella che darà vita a The Birth of the Cool. Si tratta di una formazione allestita da Miles Davis che, ottenuto un contratto con la Capitol, riunisce un nonetto in studio per tre sessioni di registrazione: nel gennaio ed aprile del 1949 e nel marzo del 1950. I musicisti coinvolti sono il meglio dell'avanguardia musicale di quel momento: Max Roach, John Lewis, Kai Winding, J. J. Johnson, ma gli unici a partecipare a tutte e tre le sessioni sono Miles Davis (tromba), Bill Barber (tuba), Gerry Mulligan (sax baritono) e il nostro Lee Konitz (sax contralto). Facciamoci raccontare da Ian Carr, biografo di Miles e leader di un gruppo storico del rock-jazz inglese degli anni '70, i Nucleus, l'importanza di quelle incisioni

Ma ora sentiamo come suonava quel nonetto con un brano proveniente dalla sessione del gennaio 1949, con Kai Winding al Trombone, Junior Collins al corno, Bill Barber alla tuba, Lee Konitz al sax alto, Gerry Mulligan al baritono, Al Haig al piano, Joe Shulman al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Il brano è di Gerry Mulligan, Jeru:

La scuola di Lennie Tristano a New York è qualcosa di mitico per gli appassionati di jazz. Tra i suoi studenti oltre a Konitz e Marsh, ci sono stati Charlie Mingus, Phil Woods e Joe Satriani, solo per citarne tre di epoche e generi diversi. Ma ce n'è uno che per noi italiani e per me in particolare è stato molto importante: sto parlando di Cesare Marchini, triestino di nascita, sopravvissuto ai campi di sterminio tedeschi, emigrato negli Stati Uniti al termine del conflitto. Qui studia con Lennie Tristano proprio insieme a Lee Konitz, con cui rimarrà amico per tutta la vita. Marchini, dopo 12 anni vissuti facendo l'orchestrale in Scandinavia, finalmente torna in Italia, a Genova, dove sarà maestro quasi recalcitrante e comunque severissimo, di moltissimi jazzisti genovesi. Nel 2004, quando Genova è capitale europea della cultura, Konitz, anche grazie a quest'amicizia, accetta di suonare con la Bansigu Big Band, un'orchestra jazz di Genova nata all'inizio del 1991 da un'idea di Piero Leveratto e Giampaolo Casati. E allora ascoltiamo un brano di quell'incontro, disponibile anche in un cd pubblicato dalla Splasc(h) Records in cui insieme ai due sassofonisti (il cui suono ha più di un tratto in comune) ci sono anche (li citiamo tutti, perché molti sono anche amici) Attilio Profumo, Roberto Moretti, Aldo Zunino, Gianluca Tagliazucchi, Alfred Kramer, Livio Zanellato, Stefano Riggi, Denis Trapasso, Luca Begonia, Martino Biancheri, Stefano Calcagno, Giampaolo Casati, Gianpiero Lo Bello, Massimo Rapetti, Fulvio Di Clemente, Stefano Ferraro. If I Should Lose You, Bansigu Big Band & Lee Konitz

Il sax di Konitz è assolutamente unico, originale: il suo suono è levigato, prismatico nella sua capacità di riflettere la musica che sta suonando, donandole sempre riflessi inattesi, abbaglianti e illuminanti al contempo. Capace di adattarsi ad ogni contesto troverà sicuramente con alcuni musicisti il suo habitat ideale. Uno di questi è sicuramente Warne Marsh. Ieri parlavo con il mio amico Lino Zero, grandissimo promoter jazzistico genovese, l'anima, insieme a Marco Travagli dell'Ellington club, l'associazione che nel festival di Villa Imperiale prima, e del Porto Antico poi tanto jazz ha portato a Genova nei decenni scorsi. Lino era scandalizzato dal fatto che in uno dei 'coccodrilli' usciti in occasione della morte di Konitz, per di più in uno dei più importanti quotidiani italiani, non si facesse cenno proprio a questo legame con Marsh, in particolare alla formazione con Peter Ind al contrabbasso e Al Levitt alla batteria. Lino, rimediamo noi. Ecco da London Concert del 1976 It's You Or No-One

Prima di proseguire gustiamo ancora la straordinaria intesa di Marsh e Konitz con un bel video tratto da un TV show, The Subject is Jazz del 1958. Qui ad accompagnarli ci sono
Billy Taylor, piano, Mundell Lowe, chitarra, Ed Safranski, contrabbasso e Ed Thigpen, batteria. Subconscious-Lee:

Impossibile ripercorrere la carriera di Konitz in una piccola trasmissione come questa; abbiamo omesso la partecipazione all'orchestra di Stan Kenton all'inizio degli anni '50 e tutti i dischi fondamentali di quel periodo che ne fanno uno dei punti di riferimento per molti sassofonisti che verranno dopo di lui, Paul Desmond e Art Pepper su tutti.
Difficile scegliere, almeno per me, perché in ogni singola nota di Lee Konitz c'è qualcosa da scoprire ed ascoltare: i Prestige degli anni '50, gli Atlantic e i Verve degli anni '60, le collaborazioni con Gerry Mulligan, Jimmy Giuffre, i dischi in duo meravigliosi con il pianista Martial Solal, le incisioni Steeplechase degli anni '70 e poi via via fino all'ultimo (forse) Decade inciso tra il luglio del 2015 e il febbraio del 2016 con Dan Tepfer al piano.
Proprio in una conversazione con Tepfer ascoltiamo un divertente aneddoto raccontato da Konitz a proposito di Brad Mehldau e Charlie Haden

Approfittiamo ancora di Claudio Fasoli per provare a spiegare la grandezza di Konitz.
Così scrive nell'articolo per Musica jazz citato all'inizio:
"Non dimentichiamo infatti che la sua messa a punto stilistica avvenne nel periodo della maggiore influenza parkeriana, in un momento in cui parlare di sax contralto significava Bird e null'altro. L'originalità di Konitz emerge implacabile da tutti i contesti nei quali egli è inserito, che si trovi al fianco di Lennie Tristano come di Elvin Jones o di Derek Bailey".
La parola originale l'avremo già scritta chissà quante volte, ma non si può fare diversamente. Possiamo però anche mettere l'accento sul suo inesauribile desiderio di sperimentare cose nuove, di confrontarsi con musicisti più giovani di lui. È il caso del prossimo brano, in duo con il batterista Joey Baron dal vivo al North Sea Jazz del 2012

Per finire questo piccolo ricordo di Lee Konitz due brani tratti da un live in Danimarca del 1965. Insieme a lui c'è un altro gigante, Bill Evans al pianoforte, insieme a Niels-Henning Orsted Pedersen al contrabbasso e Alan Dawson alla batteria.
Sono due brani, uno dopo l'altro, How Deep is the Ocean e Beautiful Love.

Mi rendo conto che potrei continuare all'infinito a parlare di Lee Konitz, ma ci saranno sicuramente altre occasioni. Così come promesso chiudiamo con un brano di José James perché vorremmo mandargli un piccolo segnale di vicinanza visto che si trova nella sua casa di New York con la moglie Talia, a combattere contro questo maledetto Corona Virus.
Vi ricordiamo che questa era una puntata di Free Fall che io che sono Danilo Di Termini e ritrovate tutto sul sito di Disco Club immediatamente dopo la fine della trasmissione o nel mio Spotify insieme alle altre due puntate della settimana (seguirà link).
Ora diamo parola e voce a José James, con un brano dal suo ultimo disco uscito proprio un paio di mesi fa e con le ultime parole del post del 16 aprile in cui racconta la sua drammatica situazione:
"Perché alla fine della giornata la cultura conta. L'arte conta. La musica conta ... in una città dove il 40 % dei residenti non è in grado di pagare l'affitto a causa della pandemia globale; in uno stato dove 10.000 persone sono già morte per questo virus, noi cantiamo. Noi creiamo. Viviamo e proviamo così a testimoniare per i nostri vicini che sono stati portati via in ambulanza; per i sanitari che combattono in prima linea; per le mamme e i papà che fanno scuola a casa e lavorano e cercano di mantenere tutto insieme, in qualche modo. Noi vi vediamo, e vi amiamo. E ci siamo, tutti insieme".
José James, Just The Way You Are

Blue Morning di Dario Gaggero

Buongiorno a tutti e benvenuti a una nuova puntata di Blue Morning in compagnia di Dario Gaggero, che poi sarei io.

Partiamo subito a mille con un chitarrista già citato di sfuggita su queste pagine: Magic Sam e la sua 'I don't want no woman' (presa a prestito dal repertorio di Bobby Bland) dall'album 'West Side Soul':

Influenzato da Sonny Boy Williamson e sideman di lusso in storici brani di Bo Diddley e Muddy Waters, il Chicagoano Billy Boy Arnold è stato protagonista di una carriera solista dagli esiti alterni.
Oggi lo sentiamo in una storica session inglese del 1977, accompagnato dai Groundhogs di Tony McPhee.

A lungo accasato con la storica etichetta Stax (anche come autore – sua, ad esempio, la celebre 'Born Under A Bad Sign' portata al successo da Albert King) William Bell è stato un interprete sottovalutato e i suoi album anni '70 sono decisamente da riscoprire. Difatti diversi suoi brani sono stati oggetto di sample e remake da vari interpreti 'moderni' di R&B (Kanye West, Ludacris...). Sentite la seducente 'I forgot to be your lover' dal LP 'Wow...William Bell' (1971).

Affermatosi nell'area di Los Angeles con brani dallo scatenato ritmo boogie, il pianista e cantante Amos Milburn legò inizialmente il suo successo all'etichetta Aladdin e fu tra gli ispiratori di futuri astri del rock'n'roll come Little Richard e Chuck Berry. Questa è la sua classica 'Down the Road Apiece':

Sam Chatmon è stato per breve tempo membro dei Mississippi Sheiks negli anni '20 (leggendaria formazione blues capitanata dal fratello Bo Carter) ma è rimasto inattivo sino alla fine degli anni '60, mantenendo intatte certe caratteristiche che rimandano direttamente alle radici del blues. Lo storico musicologo Alan Lomax lo andò a trovare nel 1978 nella sua casa di Hollandale nel Mississippi, regalando ai posteri brevi video di intima bellezza.

E' tornato il momento di ballare! Più fortunato come autore (sue le ultra-coverizzate 'Sticks & Stones' e 'Leave My Kitten Alone', ad esempio) Titus Turner ebbe anche una valida carriera di interprete, che lo vide ondeggiare in quel mare magnum che parte dal jump blues e arriva al soul.
Eccovi la scatenata 'Hold your loving':

I Dells (partiti negli anni Cinquanta come El-Rays) sono un gruppo vocale che ha legato la propria carriera a brillanti interpretazioni di brani lenti e sensuali (dalla celebre ‘Oh, what a night’ del 1956 ai successi in campo soul della fine degli anni ’60). Qui li vediamo in una toccante interpretazione live di ‘Stay in my corner’.

Bill Gaither (rinominato 'Leroy's Buddy' alla morte di Leroy Carr - un po' per l'evidente similarità stilistica e molto come mossa pubblicitaria, probabilmente) fu un bluesman di grande successo negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, con oltre 100 incisioni a suo nome su etichette come Okeh e Decca.
Peccato oggi non lo ricordi praticamente nessuno, complice forse il fatto che fu ignorato dall'ondata di blues revival che fece tornare in auge molti suoi contemporanei.
Ascoltiamolo in 'Mean Devil Blues':

Dopo aver inciso alcuni singoli nei primi anni '60 Little Joe Washington è rimasto sempre ai margini della scena musicale di Houston, riproponendosi all'attenzione del pubblico con un paio di album alla fine degli anni 2000.
Questo strumentale latineggiante à la Freddie King è del 1963.

Pianista decisamente sfortunato (perse l'uso di una mano in undrammatico incidente d'auto) Roy Hawkins legò la sua fama ad una serie di raffinati blues tipici dello stile west coast dei primi anni '50. Ebbe però miglior sorte come autore, dato che molti brani da lui composti furono portati al successo nelle decadi successive da alcuni dei più importanti interpreti della black music.
Questa, ad esempio, è la versione originale di 'The Thrill is Gone':

Per lo spazio dedicato all'Italia vi propongo oggi Tolo Marton, un veterano ancora oggi sulle scene.
Una carriera lunga e variegata (dal rock blues delle prime band giovanili all'esperienza con le Orme, dalla band di Toffoletti ai riusciti lavori come solista) che lo ha visto distinguersi anche al fianco di rockstar di caratura internazionale.
Lo sentiamo qui nell'Hendrixiana 'Fought to Change', tratta dall'album 'Dal Vero'.

One-man band dal repertorio vastissimo (dal folk al blues, dal pop agli spiritual) Jesse Fuller aveva un suono e uno stile davvero peculiari, anche in virtù dell'utilizzo di strumenti autocostruiti tipo la mitica 'Fotdella' - una specie di contrabbasso a pedale.

La puntata sta per finire: vi lascio con Otis Rush e la sua risposta alla classica 'Tore Down'.
Ci vediamo la settimana prossima!
D.

 

La (mezz)ora dell'ignoranza di Diego Curcio

Chi l'ha detto che il punk è una roba da bianchi? Certo, questa controcultura è esplosa soprattutto tra i cosiddetti "white trash", i proletari caucasici americani, e i giovani sbandati - sempre di pelle bianca - dei bassifondi londinesi. Però poi si è estesa a macchia d'olio in tutto il mondo, arrivando anche in Sudamerica e in Africa. Inoltre essendo il punk una musica fatta da emarginati, molte minoranze (compresa quella afroamericana e in California, come abbiamo visto nella puntata precedente, quella di origine messicana) hanno abbracciato questo "movimento" facendone parte attivamente. Magari portando in dote anche qualche suono più black (con il post punk, poi, l'intreccio fra musica nera e rock bianco è aumentato sempre di più). Ma bando alle ciance, in quest'Ora dell'ignoranza ho deciso di parlare delle punk e hc band nere. Gruppi incredibili, che hanno fatto la storia di questa controcultura. Partiamo dai Death, addirittura una band proto-punk di Detroit. Per anni sono rimasti un culto per pochi, ma da qualche tempo, grazie a una serie di ristampe, sono tornati a prendersi il posto che si meritano nella storia del rock. Questa è "Keep on knocking" del 1975.

Altra band incredibile, coetanea dei Death, è quella dei Pure Hell (sempre nomi tranquilli, he). Loro erano di Philadelphia, ma si sono presto trasferiti a New York dove hanno suonato con tutte le teste di serie del primo punk della Grande Mela. Erano di casa al Cbgb's e al Max's, ma non avendo mai inciso un vero e proprio album (come i Death) sono scomparsi nel calderone delle meteore. Eppure avevano un suono pazzesco, furioso, ma al tempo stesso tecnico, con molte influenze hendrixiane. Il loro batterista era soprannominato spider (ragno) perché sembrava avesse otto braccia. Questa è "I feel bad".

Non si può parlare di "black punk" (o hc) senza menzionare i più grandi di tutti (in senso amplissimo, mica solo per questa sottocategoria): i Bad Brains. Chi non li conosce vada subito a ripassare. Venivano da Washington e hanno pesantemente influenzato la scena della Capitale poi riunita attorno alla Dischord. Sul più bello però si sono trasferiti a New York facendo altri sfracelli. Suonavano velocissimi e alternavano pezzi di hc furioso e brani reggae. Un gruppo immenso, che soprattutto nei primi 3 album ha davvero scritto la storia della musica. Questa è l'epica "Pay to cum".

Poly Styrene, cantante degli ottimi X-Ray Sex - siamo sul fronte inglese del primo punk - era di origini somale (per parte paterna). Morta purtroppo 9 anni fa è stata un personaggio cardine della scena londinese, grazie alla sua voce penetrante e alla sua fisicità davvero unica (macchinetta per i denti e travolgente tenuta del palco). Invece di mettere il classico "Oh bondage! Up yours!" ho deciso di optare per la semi ballata "Germ free adolescents" che dà il titolo al primo album degli X-Ray Spex: un disco capolavoro.

Questa volta facciamo un salto in avanti e arriviamo ai giorni nostri. Tra le punk-hc band più genuine e politiche in circolazione ci sono i miei amatissimi Downtown Boys di Providence. Il gruppo è guidato dalla cantante latinoamericana Victoria Ruiz, che in alcuni brani usa anche lo spagnolo, insieme all'inglese. Dal vivo sono una forza (li ho visti con l'amico Luca Calcagno e mio fratello) e, per certi versi, ricordano gli X-Ray Spex (forse per l'uso incredibile del sax, uno strumento apparentemente poco punk). Questa è "A wall", da "Coast of living" del 2017, che parla del muro di Trump e non solo.

I National Wake sono una seminale band sudafricana che, a fine Settanta, ha abbracciato il punk e ha lottato contro l'apartheid. Un gruppo multiculturale che mescolava rock'n'roll e musica nera, con testi impegati e un tiro micidiale. Sono durati pochi anni, fino al 1982, ma hanno lasciato un segno indelebile. Recuperate la raccolta con la loro discografia intitolata "Walk in Africa". Il pezzo che è ho scelto è "International news".

I Los Illegals avrebbero potuto trovare posto nella puntata precedente su Los Angeles. E invece eccoli qui come rappresentanti del punk non bianco, versante latinoamericano. Ruvidi e taglienti, questi quattro ragazzini dei sobborghi malfamati della Città degli angeli erano guidati dall'artista murale Willie Herron, che cantava, qualche volta anche in spagnolo. In bilico tra la prima e la seconda ondata punk californiana i Los Illegals furono pure protagonisti di un servizio della Rai italiana sulla musica della Los Angeles anni Ottanta, cercatelo su Yuotube... Questa intanto è "El-Lay" del 1981.

Anche loro chicani di Lo Angeles, ma pionieri del crossover tra punk e metal (e un pizzico di rap) i Suicidal Tendecies sono guidati da Mike Muir. Un bilico tra gang di strada e gruppo punk-hc, nel 1983 hanno esordito con un disco omonimo memoriabile pubblicato da Frontier. Suoni sgraziati e pestoni, melodie sporche e tanto furore. Solo qualche mese prima i lettori di Flipside li avevano votati come peggiore band e peggiori stronzi. Poi si sono dovuti ricredere. Questa è "I saw your mommy"

Non si può parlare di "black punk" (o hc) senza menzionare i più grandi di tutti (in senso amplissimo, mica solo per questa sottocategoria): i Bad Brains. Chi non li conosce vada subito a ripassare. Venivano da Washington e hanno pesantemente influenzato la scena della Capitale poi riunita attorno alla Dischord. Sul più bello però si sono trasferiti a New York facendo altri sfracelli. Suonavano velocissimi e alternavano pezzi di hc furioso e brani reggae. Un gruppo immenso, che soprattutto nei primi 3 album ha davvero scritto la storia della musica. Questa è l'epica "Pay to cum".

Tornando all'attualità, l'anno scorso è uscito il disco di debutto dei 1865 - data del Proclama di emancipazione - band "all black" dal tiro punk e non solo. Alla voce c'è Honeychild Coleman, un'altra donna che porta avanti la tradizione del punk nero al femminile. L'album di cui vi parlavo poco fa si intitola "Don't tread of we!" e questa è "Runaway bride".

Chiudo questa puntata dell'Ora dell'ignoranza con un gruppo parecchio ignorante ma divertente: i Manic Hispanic, una band che reintepreta - cambiando testo e titolo - grandi classici del punk in versione "messicana". E così "Sheena is a punk rocker" diventa "Creepers is a lowrider" dall'album "Mojo goes to jr. College". Nella band militano alcune "stelle" del punk americano di origine messicana, compreso il compianto Steve Soto degli Adolescents. A martedì!

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